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Mongolia Felix

cronache Barbariche

È stato un impulso incontenibile a spingermi, studente universitario, in una piccola libreria parigina dove ho trovato i primi libri, tra i pochi, dedicati ad un paese tanto esotico quanto sconosciuto. Vigente il socialismo reale l’accesso alla Mongolia era precluso anche in termini di informazione. Solo la grande nomenclatura internazionale comunista poteva goderne, beneficiarne come esclusiva riserva di caccia. Vacanze premio in una specie di paradiso terrestre negato dall’ideologia ma goduto in spartane strutture termali dove il corpo veniva ritemprato per essere rigettato poi nella fucina della storia.
Lo spirito? Volava alto. Come avvoltoio sul campo di battaglia.
È stata la risposta, ormai dimenticata la domanda, alla richiesta di un visto d’accesso reso possibile dalla improvvisa implosione del regime, ad aprirmi le porte di un Paese che si stava svegliando dalla letargia sovietica. Il burocrate che aveva protocollato la richiesta inevasa la riprese, per sue necessità, e la transiberiana mi scaricò sui marciapiedi di Ulan Bator. Estate 1996.
È stato l’incontro con un cane. Steppa, solitudine sovrana, il cielo in alto la terra in basso, solo noi due a fronteggiarci. Fuor d’ogni logica mi sono accovacciato tremando d’emozione, guardandolo negli occhi e non si fa! Quel cane, è impossibile lo so, io lo conoscevo e lui si è accucciato guaendo – molte più cose ben più strabilianti dimorano quaggiù, sfarzosi paramenti d’antiche cerimonie smesse – Ho avuto timore, in senso buono. Un canto di lode al Creatore.

È stato l’incontro con una anziana donna, fiera ed elegante, in viaggio nei luoghi della sua infanzia. Io, la traduttrice, Lei con un giovane figlio premuroso ad ogni cenno. Una Toyota 4×4 d’ultima generazione a certificare un indubbio benessere materiale. Ci siamo seduti all’aperto davanti la loro tenda, tecnologia di gusto etnico, su pelli d’orso il pelo alto un palmo. Gran bel colpo d’occhio. Un conversare in forma di monologo. Io attento a non perdermi una sfumatura degli occhi, una piega della bocca, un cambio di tono nella voce, un gesto. Lei in un riepilogo della propria vita, il figlio muto testimone, la traduttrice rapita e affascinata. Nata schiava, affrancata dalla rivoluzione, lavoratrice, moglie e madre, vedova, alla fine di una vita spesa senza mai risparmiarsi ma benedetta da salute e un po’ di fortuna, si ritrovava ricca matrona mongola. Un figlio ben sistemato in America, uno in Giappone e uno ad Ulan Bator in ascesa, il più piccolo con Lei. Perle di saggezza vecchia quanto il mondo ma ancora capace di orientarne l’attraversamento, anche in una mutazione tanto veloce quanto inarrestabile. Leggerezza nel passare dal tono tragico al comico, capacità di sintesi, lo sguardo tagliente in alto e in basso – a me il comunismo ha fatto bene. Non sono morta e sono ingrassata – risata cristallina. – Ah, l’Italia! Gli italiani lavorano lana e pelli come nessun altro. I miei stivali vengono dall’Italia, anche le maglie e la biancheria intima – Sull’artigianato di qualità non ci sono dubbi. Un pomeriggio lento e denso, bevendo tè, fumando, molti sorrisi, gli spazi di silenzio ad accentuare una vicinanza sorprendente. Un’ultima frase prima del commiato, guardandomi negli occhi e scandendo bene le parole perché fossero ben tradotte: – occorre essere attenti per essere padroni di se stessi. Occorre essere attenti – Una fitta al costato, questo è il verso di una mia canzone.

È stato un tramonto, la consapevolezza di un apice – potrei morire qui, adesso, felice e senza rimpianto – poi un moto del cuore, un ordine ineludibile – è ora di tornare a casa e di abitarla – per quanto lungo e difficoltoso potesse risultare il viaggio lì si definì il ritorno.
È stata la potenza immaginifica di un pomeriggio in una casa di tronchi al limitare della taiga, nel calore domestico di una famiglia di allevatori. Uno spaesamento, una ricollocazione spaziale e temporale, un ripiombare nell’infanzia tra i miei zii, alle Vaccarecce di Valbona, e tutto era al suo posto, familiare. I gesti e le posture dei corpi, la naturalezza dell’ospitalità tra imbarazzi e sorrisi, l’arrossare di gote dei bimbi, la timidezza selvatica, la calma degli adulti, l’autorevolezza degli anziani. Colori accesi, profumi intensi, sapori densi. Fuori dalla finestra spunta una cavallina con un puledro e la mia mano corre alla tasca interna della giacca, alla foto dei miei cavalli, il puledro nato appena prima della partenza che porto con me come talismano. È chiaro, ben evidente: siamo “dei nostri”.
Ma noi chi siamo?

Noi leggiamo la nascita e lo sviluppo della civiltà come cronistoria della conflittualità tra pastorizia e agricoltura. La prima differenza irriducibile è segnata tra Abele e Caino.
L’agricoltore uccide il pastore ma per comandamento divino, il primo dopo la cacciata dall’Eden, non può essere toccato. Gli toccherà caricarsi del fardello della Storia, tanto punizione quanto possibile redenzione. È l’agricoltura che permette il fiorire della civiltà. Inventa, per necessità di conteggio e di controllo, la scrittura, fondamenta di cultura e di un continuo divenire dell’organizzazione sociale. La pastorizia non scompare, intrinseca all’eterno creaturale, si ritrae ai margini, occupa le terre di confine, si colloca al limite della storia. Trova nella caccia, necessità congenita di salvaguardia del domestico dal selvatico, una occasione di sopravvivenza e sviluppo affinando l’arte del combattere. Investe nella metallurgia delle armi. Con l’addomesticamento e addestramento a fini bellici del cavallo si manterrà contigua e ineludibile dallo spazio agricolo. Sempre rientrante nello spazio storico. Un equilibrio spezzato dalla rivoluzione industriale, l’invenzione del motore a scoppio: la potenza meccanica di cui il cavallo/vapore è l’unità di misura. 
 È l’inizio di una nuova era, segna il tracollo della condizione di natura. L’agricoltura monopolizza la terra, l’industria la rigenera, si impadronisce delle ricchezze e si fa carico delle necessità belliche. Insieme rigettano la pastorizia, imbelle, in margini sempre più striminziti, periferici, ininfluenti e indifferenti alle meravigliose e progressive sorti dell’umanità che avanza.
Un solo luogo resta sulla terra, spazio intoccabile e intoccato, regno di pastorizia. Da lì sono sbucate, nei secoli, orde che come locuste si sono abbattute sulle terre coltivate e le hanno ripetutamente distrutte, le città rase al suolo. Potenze infernali con nomi sempre nuovi ma è il Tartaro che li genera: Tartari sono al fine! Lì, fulminante, è nato e morto l’unico progetto storico della pastorizia: l’impero mongolo, il ripristino a pascolo della terra. Un sogno realizzabile ma impossibile, uno spreco ingestibile.
È l’agricoltura che ha determinato la condizione umana, la pastorizia perdente e pure indispensabile. Non ancora scomparsa sopravvive senza possibilità di rivincita, negletta, condannata. Il giorno in cui dovesse morire l’ultimo pastore una umanità robotica e bionica, clonata e appagata non se ne accorgerà. Dovranno scendere sulla terra gli Arcangeli a piangere e rimarcare una mancanza che lacererà i cieli.

Agricoltore/Pastore. Sedentario/Nomade. Civile/Barbaro. Contrapposizioni feconde nel cammino dell’uomo, un processo di cui siamo eredi e testimoni in un tempo sempre più artificiale in cui solo il tecnologico desta interesse, suscita energie, le organizza e le impone. L’uomo nella sua totalità è oggi cittadino, utente/consumatore. Cittadinanza è l’ambito del suo esistere e del suo immaginario, dal diritto al reddito. A me pare un po’ poco. Non mi esaurisce, non mi esaudisce, non mi consola. Sarà per questo che Mongolia mi innamora?

( continua… in onore di Paola che s’appresta all’impresa… )