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CRONACHE FILIALI, di madri e di famiglie

Chiesa di San Pietro in Reggio Emilia — 13 dicembre, ore 20,30

Fosse solo uno spettacolo non si sarebbe fatto. Mi permetto una ventina di concerti l’anno facendo scegliere con cura luoghi e tempi, da 8 anni hanno sempre lo stesso titolo: a cuor contento. È l’unica buona ragione che conosco per continuare a salire su un palco dopo più di trent’anni. Luca Rossi ed Ezio Bonicelli ne sono componente essenziale con Mauro De Pietri al mixer e Sergio Delle Cese mediatore tra il palco e il mondo, è lui che tratta e decide entro limiti ben definiti. Non oso immaginare una trattativa, un contratto, un viaggio, un sound check, un concerto senza la loro presenza. La scaletta si modifica continuamente, adesso canto: Curami, spara Yuri, Emilia Paranoica con grande soddisfazione. C’è stato un tempo in cui non l’avrei più creduto possibile. Così va il mondo ma non tutto ciò che sta a buon diritto in un club, in un teatro, in un festival, può entrare in una chiesa. Le chiese sono spazi liturgici e, sebbene niente di ciò che è vitale possa dirsi estraneo, ogni luogo sacro è un luogo separato in cui la dimensione verticale sovrasta, inglobandola, quella orizzontale. Il comportamento, l’abbigliamento, persino la postura fisica, devono tenerne conto. E non c’è palco, si sta ai piedi dell’altare, in mezzo alla navata, luogo oltremodo difficile: al cospetto, uno spazio in cui confluiscono molti confini. Non li sposta di uno iota una generica buona intenzione, tanto meno li si può vanificare.
Ho accettato la proposta, al di là del valore delle persone che me l’hanno fatta e del progetto che sostiene, perché ha un senso per me, nella mia vita. Vi si intrecciano diversi motivi di riflessione, una pluralità di interessi in atto. Mentre mi veniva illustrata delineavo e focalizzavo una possibile realizzazione. Il tempo: la sera di Santa Lucia, il luogo: la Chiesa di San Pietro in Reggio Emilia, il motivo: l’operare in difesa della maternità. Tutto è perfetto, non c’è niente da inventare, bisogna amalgamare gli ingredienti, equilibrarli, armonizzarli cercando di potenziarne le dinamiche: si tratta pur sempre di uno spettacolo, in un’epoca che tutto spettacolarizza.

Il titolo: CRONACHE FILIALI, di madri e di famiglie lo lega al mio sguardo sul mondo, al mio lavoro. “di cavalli e di montagne” era il titolo della scheggia di teatro barbarico appena messo in scena a Collagna, al Lago del Cerreto, alla Reggia di Rivalta. Cronaca filiale il titolo di una canzone dall’ultimo disco di PGR. Madre il titolo di una canzone dei CCCP in cui, per la prima volta in modo tanto evidente, il “come sempre così è” trovava spazio ed espressione. Ci sono voluti anni perché diventasse forma della mente e sostanza dell’agire ma lì si è dichiarato un legame inscindibile, geografico storico culturale religioso, con la Tradizione. Ben più di un problema di memoria – l’oblio ne è componente altrettanto essenziale, il perdono non è una figura retorica – piuttosto un codice di interpretazione della realtà, una modalità dell’essere e del comportarsi. Generazione su generazione.

Una trama di parole scandite, sussurrate, cantate. Un ordito di suoni e sonorità. Il violino di Ezio nella dimensione classica che spazia e deborda negli effetti dell’elettronica. La chitarra elettrificata di Luca in tutte le sonorità dal cristallino al cupo greve e, nel caso, la depone e imbraccia il basso. Gli strumenti della tradizione popolare di Paolo Simonazzi: zampogna, ghironda, mandoloncello e l’organetto che segna il passaggio alla modernità. In queste sonorità vive una componente del teatro barbarico, delle feste paesane organizzate in montagna. È l’arcaico, è il futuribile. Stimolo e consolazione del mio immaginario.
Alla chiesa di San Pietro sono legato dall’infanzia, la prima casa in cui ho abitato quando siamo scesi in città era in via Fontanelli, poche centinaia di passi, il solo tragitto urbano compiuto da mia nonna Maddalena nei suoi anni cittadini, i suoi ultimi. Minuta e ormai incorporea, tutta vestita di nero ma variegato, con grembiule, fazzoletto in testa, scialle sulle spalle intrecciato a corpetto, la accompagnavo custodendola come fosse una reliquia. I Chiostri di San Pietro, contigui alla Chiesa, sono l’ultimo luogo oltremodo significativo che mi lega alla città. Lì è nata e si è concretizzata l’idea di un possibile teatro equestre che diventando teatro barbarico mi ha permesso di precipitare all’indietro, nella mia infanzia e in quella del mio mondo. È ora la mia quotidianità, non la cambierei con nient’altro in nessun altro luogo. E in queste strade, in queste piazze, ha vagato la mia adolescenza inquieta, la mia giovinezza in rivolta, una pubblica immagine provocante e dissacratoria “Oh Reggio Emilia! la più filosovietica tra le province dell’Impero americano, per Te CCCP. Fedeli alla Linea, e la Linea non c’è.”

La festa di Santa Lucia contempla, nella mia vita, molteplici valenze: apre al Santo Natale, attende, festeggia la luce riconoscendo la potenza del buio, porta doni ai bambini, offre sapori e profumi all’inverno che viene. Non solo non mi trova impreparato ma mi ha permesso di sapere, da subito, come e dove cominciare il racconto. Posso pensare che un cerchio si chiude ma è l’anello di una catena: c’è un prima, c’è adesso, ci sarà comunque un poi.
Come ripeto sempre a musicisti e tecnici le prove sono il meno possibile, l’indispensabile. Ci si prepara da una vita per tutta la vita. Niente di ciò che non è sedimentato nei giorni e nelle notti merita di salire sul nostro palco. Niente che non conservi una quota di timore e un po’ di meraviglia merita di restarci. C’è spazio per tutto entro moduli condivisi in una sintonia di intenti. Ad ognuno la propria parte nell’ordine di un insieme riconosciuto che tutti serviamo. Quello che possiamo offrire è una piccola riflessione, localizzata in uno spazio e in un tempo definito, aperta sul mistero e la meraviglia del vivere. Le solite cose di sempre, niente di eclatante
“vaga in questa notte sereno il ricordo. Palpitazione tenue, un nodo nella gola”
fiorisca il suono e sciolga il canto.

Cambia il meteo, s’alza la temperatura, piove a vento, ininterrottamente. Nuvole basse, sparita ogni traccia di neve, il canale si gonfia, livido e impetuoso. Tempo da lupi, da fuochi accesi in casa, da stalle nel tepore umido impastato di letame e di fiato. La montagna nella sua dimensione cruda e austera, quella che ammazza o fortifica e risana. Bel tempo, perfetto per vagliare ciò che resta e quanto conta. Pensieri a tutto campo, con interferenze.
La notizia è arrivata mentre stavo cominciando a scrivere. È morto Ero Righi. Anziano, malato da anni, è morto in casa e questo mi consola. Non posso che fermarmi e ricordarlo, sta nell’ordine naturale delle cose e degli affetti. Se lo merita, meriterebbe di più, e lo vedo sorridere sornione con aggiunta di qualche giudizio tagliente. Corporatura minuta era un grande vecchio di quello che fu il Partito Comunista a Reggio Emilia – giù il cappello: roba d’altri tempi e d’altre tempre – Cresciuto nella CGIL, quando ci siamo conosciuti ero un giovane delegato sindacale militante di Lotta Continua lui dirigente della Camera del lavoro, come tutti i vecchi militanti “serviva” dove il Partito decideva. Essendo capace, onesto, intelligente, colto per proprio interesse e volontà – scuola di vita, di sindacato e di Partito, mica titoli accademici – ha ricoperto funzioni dirigenziali in Ospedale, in Comune, e alla fine nei Teatri. Con il sindaco Bonazzi, altro grande vecchio del PCI reggiano, fu estimatore dei CCCP. Né dovuto né ovvio. Non furono molti.
Inventore e curatore di MUNDUS, rassegne di musiche dal mondo, “mi ingaggiò” quando dopo aver abbandonato i palchi del rock n’roll pensavo di dedicarmi a vita privata. Era già in pensione ma non poteva nemmeno immaginarsi senza interessi, senza impegni, nullafacente. Fu lui a convincermi, io riluttante, alla collaborazione con Ambrogio Sparagna, alla frequentazione delle musiche popolari e tradizionali. Mi fece conoscere Barberio Corsetti e il teatro contemporaneo. Mi forzò a collaborazione con musicisti jazz, solo per ricordarne due significativi in questo contesto: voce/pianoforte con Luigi Einaudi nella basilica della Ghiara e voce/tromba con Paolo Fresu nella chiesa di San Pietro. Con lui, grazie a lui, ho fatto alcune delle esperienze più interessanti e gratificanti della mia vita: Confusione/TraMonti/perTe/Litania/BCGLF… Ben cosciente del disastro economico e burocratico in cui mi incamminavo ma stimolato dall’azzardo culturale, compiaciuto della mia visione, e arreso all’inevitabile, mi ha sostenuto, consigliato, nell’impresa del teatro equestre. SAGA gli è debitore, io riconoscente.
Mi mancherà il nostro conversare, il tuo sapere, il sarcasmo ahimè doveroso, il tuo affetto. Come l’acqua che scorre, tumultuosa e inarrestabile nel suo tempo, così voglio ricordarti. Caro Ero, ti voglio bene e tu lo sai. E non sono solo ma in buona, anche ottima, compagnia.