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Terre in moto

cronache Montane

L’Appennino centrale sta frantumando tra polvere e macerie, sotto cumuli di neve, il suo patrimonio storico e culturale — l’arte italiana nella sua essenza originaria — e sta disperdendo le sue genti, le poche rimaste. Quelle che ai casali, ai borghi, ai paesi, alle cittadine hanno indissolubilmente legato la propria esistenza con gioia e nel dolore, nella fatica quotidiana. Quando tutto è cominciato, ad agosto, siamo stati sopraffatti dalla conta dei morti e dei feriti. Il dolore solo per loro. Sono le persone ad essere essenziali, tutto il resto si ricostruisce. Per quel che si può, come si riesce. Un caro amico, Marco Belpoliti, mi ha chiesto di scriverne per Doppiozero. Gli ho risposto – a che pro? – poi l’ho fatto, per mettere ordine nei pensieri. Per darmi una prospettiva.
Sul mio ritorno a casa sui monti ho ricostruito la mia quotidianità, il mio sguardo sulle cose, il mio operare privato e pubblico. Terremotando l’Appennino apre un dibattito che, prima o poi, bisognerà affrontare. Ma interrogarsi, davvero e innanzitutto per proprio conto, è già ora.
Cosa si deve fare? Cosa si può fare? Vado a rileggermi quello che ho scritto. È quello che penso.
Lo riscriverei uguale. Solo che… due mesi dopo, una domenica mattina mentre preparavo la colazione – accesa la stufa, i cani sulla porta aperta e c’era il sole che scendeva dai crinali, scendeva veloce infiammando i colori dell’autunno ed era una bella, bellissima giornata di festa – ho acceso la televisione, ho visto crollare la Chiesa di S. Benedetto a Norcia. Nessun morto, solo ombre a passo svelto tra polvere e calcinacci. Mi si è spento per un momento il cuore. Ho pensato: è finita. Non ce la faremo.
Consolazione è essere vivi. La vicinanza dei propri cari. La comunità reale intorno. Consolazione sarebbe la preghiera ma bisogna riuscire a pregare, bisogna saper pregare. Si può improvvisare al bisogno? Non lo so. Provo a pregare. Con l’anno nuovo è arrivata la neve, tutta la neve dell’inverno, tutta sull’Appennino centrale. Dolore su dolore. Fatica su fatica. Disperazione su disperazione.

Qui, sull’Appennino settentrionale, tutto come sempre. Stabile. Quando penso male: si sta tra il moribondo e un trapasso già avvenuto ma non comunicato. Quando penso bene penso il rispetto per i morti e la gioia di guardare i bimbi crescere. Qui nemmeno l’eco di un tremolio, in superficie. Dentro, nel cuore nell’anima, l’eco si fa strada e si diffonde contagioso tra il non volerci pensare e la speranza di farla franca. Da Amatrice ad Ussita da Castelluccio a Norcia, su tutto l’Appennino centrale lo sguardo da schermo/informazione toglie il respiro. Non oso pensarlo dall’interno. Mi capita di guardarmi intorno e immaginare il mio paese senza campanile, le case accartocciate, la scomparsa anche solo delle cose care. Non mi so pensare spaesato, non ci riesco.

Abitiamo una linea di frontiera del tempo che era lo spazio di una civiltà. È la nostra piccola patria. Facciamo argine all’abbandono puntellando qua e là le esigenze dell’abitare inventando economie marginali, di sussistenza. Sopravvivere è già un risultato dignitoso, non scontato.
Ci gratifica il paesaggio: la combinazione di geografia e di storia, una ricchezza culturale ed artistica che non ha eguali. Anche dove non c’è niente da vedere, da visitare, se ne percepisce la presenza. È un legame che non si crea di propria volontà, la volontà poi serve ma non basta.
È un legame che ci possiede e si scopre, riscopre, si accetta – languida catena, generazione su generazione – qualcosa di indefinibile ma concreto nel sentire e materico nel fare che non vuole e non può essere ridotto alla custodia di un museo a cielo aperto. Almeno non ancora. Dice bene Gomez Davila: le pievi, le basiliche, le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo. Pensiamo di ricostruirle a tale scopo? O pensiamo siano indispensabili per vivere, perché non possiamo e non vogliamo farne a meno?
Ci siamo fatti ragione di abitare l’abbandono conservando e tramandando. Difendendo. Siamo messi alla prova: la terra muove in rovinosa caduta. L’unica cosa che so è che non abbandonerò la mia casa, la mia chiesa, il mio cimitero. Nel caso veglierò le macerie. Non accetterò ingiunzioni di sorta. Se tutto ciò che potrò permettermi sarà una tenda cercherò di farla bella e accogliente.
Penso alla gher dei mongoli, di feltro, con la stufa in mezzo.
Sui monti fa freddo.

In questi ultimi anni ho viaggiato spesso per concerti sull’Appennino centrale. L’ho visto, guardato, l’ho gustato, sono sempre tornato a casa sentendomi in buona compagnia. Mi sono detto: ce la fanno, si può fare. Ci si fortifica per vicinanza, similitudine, perché ci si sente parte di qualcosa che ci accomuna. E adesso?

Una questione geografica.
L’appuntamento tra le nostre montagne e il terremoto ha assunto, nel tempo strutturato in memoria, cadenza secolare. L’ultima volta fu il 1920. Le continue scosse che stanno sgretolando l’Appennino centrale hanno il suono della campanella per chi, in cuor suo, sa che sarà interrogato.
Scriverne serve a riequilibrare una quotidianità che nella saturazione di immagini, notizie, cronache, denunce e solenni promesse – MAI PIÙ – ha annullato la questione fondamentale: il terremoto è un modo eclatante di riposizionare l’uomo sulla soglia del mistero della vita. Non vi giova sapere che non a causa di un moto di stizza di qualche divinità ma in virtù della placca africana che spinge contro quella asiatica qualcuno morirà? In quel momento, in quel luogo, proprio lì, proprio lui? Coraggio! vivere è una faccenda un po’ più complessa della sua riduzione ad un sistema normativo assicurativo. Accettarne il rischio è il primo dovere dell’uomo.
Il terremoto del 1920 a Cerreto portò desolazione e rovine ma non ci furono vittime. A Sassalbo, subito oltre il crinale, la sorte si accanì con indolente malvagità. Crollò la chiesa parrocchiale, nell’immediato i morti furono 17, il più vecchio aveva 77 anni, il più giovane 3. Morirono 2 sacerdoti che si apprestavano ad una liturgia funebre. Si ricomposero i cadaveri, si piansero i morti, si officiò per le loro anime – il tempo del cordoglio e del lutto è fondante una comunità, l’invasione mediatica, famelica di pathos, può risultare più distruttiva dei crolli – poi si ricostruì secondo le possibilità, come sempre, ma si incatenarono le case e sopra porte e finestre vennero posizionati primitivi sistemi di armature in ferro. Si ricostruì con le vecchie pietre, muri sufficientemente ampi a consentire una provvidenziale elasticità.
Dal dopoguerra si è costruito con ben altri mezzi e materiali ma affascinati dal futuro abbiamo consegnato il terremoto, e non solo, nello spazio della normativa e dell’oblio. Mai più?

Una questione storica.
Terremoti, alluvioni, frane, sono la connotazione geografica dell’Appennino ma ne esaltano la connotazione storica: uno scrigno d’arti, di fede, di generazioni. Trama di una civiltà sempre più lontana che va a scomparire. Ridotta a funzione museale, l’illusione dei Parchi, l’ambivalenza del turismo. Sui monti il presente parla poco e in modo confuso. Balbuziente, verrebbe da dire, e si chiuderebbe il cerchio essendo l’Appennino l’ossatura del romanico: l’Europa nascente, barbarica, sull’Impero morente. La civiltà dei borghi non dell’Urbe.
Le pievi non le basiliche. I monasteri prima delle cattedrali e delle università e delle 100 capitali, una più bella dell’altra. È nella sua connotazione residuale che l’Appennino, nella caparbietà di un legame viscerale con un paesaggio fisico e mentale, rappresenta la maggior difficoltà forse l’impossibilità di fare del nostro Paese un paese normale. Per farlo normale bisognerebbe distruggerlo e cancellarne il ricordo. Non che non ci si provi.

Una questione di attualità.
C’è anche un terremoto politico sociale che sta scuotendo l’Europa intera: placca africana, placca asiatica, scosse di forte magnitudo e sciami sismici.
Ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà. Anche di questo ci interroga il terremoto. Si pensa di affidarsi ad esperti? O sarà un algoritmo a salvarci?
Già: la salvezza! C’era la salvezza eterna determinata da credo e comportamenti ma pare assicurata a tutti tra il giubileo della misericordia e il Misericordioso che avanza nella sua monolitica ossessione: Akbar. C’era la salvezza terrena, composta tra patria e lingua materna, ma è stata devoluta all’ideale: multi culti nessun legame.
Noi speriamo che ce la caviamo. O siamo fottuti?

ph Martina Falcucci Chinca