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Teatro barbarico

Niente. Nessun movimento, nessuna presenza, poi eccola: un’orma. Seguirne la traccia è mettersi in viaggio, l’inizio di un cammino. Così è stato per la caccia, così è stato per la guerra, così nella ricerca della divina scintilla che abita l’uomo. Così è per noi.

per un teatro di UOMINI e CAVALLI. Un teatro barbarico.

Questo è il tempo della comunicazione in connessione. Tutto è a portata di sguardo, in diretta. Trasparenza è un imperativo etico. Qualcosa non torna. È successo ieri: con foga degna di miglior causa abbiamo distrutto il possibile per far scomparire ogni traccia di ciò che eravamo. È stato un movimento liberatorio, il prezzo di una libertà affrancata dalla fatica, dalla disgrazia, dal destino. Dalla storia e dalla geografia. Succede oggi: già si delineano i contorni di nuove servitù.

Il teatro barbarico è un luogo d’ombre.
Si presenta nella luce del tramonto o dell’alba. Lascia spazio all’oscuro che grava sul cuore dell’uomo. Il teatro barbarico è un luogo di bellezza, mostrata ed evocata. Il teatro barbarico è una necessità. Risponde ad esigenze che si manifestano e diventano comprensibili nel realizzarsi. Si sa con certezza che esiste, perché è nato, come sta crescendo. Vive nella disciplina quotidiana, nella fatica, tra polvere e sudore. Lo si può seguire, se interessati, dove e quando si manifesta. Irripetibile e in mutazione. Sempre il rischio che sia l’ultima occasione.

Il teatro barbarico è un teatro di cavalli, cavalli di sempre che intrecciano il loro destino al destino dell’uomo e cavalli di oggi, un tempo in cui allevare, addestrare, è un gesto eroico, un gesto artistico, una disciplina umanistica. Cavalli da lavoro, da guerra, da macello. Cavalli in via d’estinzione. Uno specchio in cui rimirarci: ben triste visione ma librano nell’aria frammenti di vertigine e risuona l’eco di un canto.
Il teatro barbarico è un teatro di montagne, nella tempra indipendente dei nostri antichi montanari ai quali mai li è possuto comandar perché dicono loro essere liberi. Le montagne di sempre e le montagne di oggi, tra frane e viadotti, dove tutto sta chiudendo: l’ultimo bar, l’ultima bottega, l’ultima azienda agricola. Presidi di una civiltà, di una cultura materiale, ridotta a studio di settore e condannata a morire. Una coltre di pesantezza grava sulle cose, sui giorni, ma la montagna vive e vivrà finché dura il dolore, finché sgorga la gioia e trova spazio la pietà. Mai stata facile la vita sui crinali, nelle alte valli, mai garantita ma generazioni su generazioni non l’avrebbero scambiata con altro in altro luogo. L’hanno difesa e rivendicata per composizione di segmenti impalpabili ma ineludibili là dove un paesaggio trova corrispondenza nell’intimità.
Si può anche fallire, perdere la propria battaglia, ma tutte le azioni che trovano origine in coloro che ci hanno preceduto, conforto nel paesaggio, forza nella lingua, linfa nel mito e sostentamento nel rito che lo celebra, si collocano nel regno della Provvidenza che contiene tanto la previdenza che la prudenza e stimola l’audacia, nutre il coraggio, rifugge lo svilimento. Sei anni vissuti in quotidiana disciplina con un branco di cavalli ci inducono ad uno sguardo severo e sereno come quello dei nostri cani. A volte è lo sguardo di Athena, cieca e sorda ma determinata dal fiuto, appagata nella vicinanza. A volte lo sguardo di Hera che fa dello spazio vitale del branco la sua ragione d’esistenza, la sua ricompensa.
Su tutto lo sguardo dei monti.
Il teatro barbarico è testimone e depositario di un arcaico patto: antichi uomini e antichi cavalli lo stipularono a mutuo soccorso nella notte dei tempi. Passo su passo, giorno dopo giorno, generazione su generazione per secoli e millenni, ha segnato i percorsi della civiltà. L’avvento della modernità con la rivoluzione industriale ne ha esaurito l’utilità materiale. Le nuove tecnologie e le conseguenti ideologie ne impongono l’estinzione. Sottratto alla servitù di un rapporto produttivo, quell’arcaico patto, ci consegna un patrimonio spirituale e comportamentale che merita di essere conservato, indagato, rigenerato.

dice il cavallo all’uomo
– accettandoti ti ho fatto più alto, più veloce, più potente. Più bello, anche. Servendoti mi sono allontanato dallo stato di natura e ora la mia esistenza è nelle tue mani. –

dice l’uomo al cavallo
– allevandoti ti ho affrancato dall’essere preda, ti ho liberato dalla paura, dalla perenne fuga. Addestrandoti ti ho insegnato a contenere la violenza dell’istinto e, per contro, ti ho consegnato inerme alla crudeltà, alla malvagità dei comportamenti umani. Anche tu sei diventato più bello, più alto, più veloce, più potente. –

dice l’angelo ad entrambi
– la bellezza dovrebbe salvarvi ma questo è un tempo di cosmesi, di chirurgia estetica, di finzioni ed orpelli e la bellezza, monca di verità, risulta impotente. Non basterà a salvarvi.–

Barbarico

Nell’Urbe caput mundi i cittadini romani vestono toga e tunica, calzano sandali. Braghe e stivali sono indumenti barbarici, vestigia di lontananze.
All’inizio bar-bar è il farfugliare di un linguaggio che nomina le cose ma non le ha ancora ordinate in sistema di relazioni, in metodo di conoscenza e trasmissione. Incapace di dar forma al mondo può solo subirlo fortificando carne e spirito nell’intemperie degli accadimenti.
Barbaro barbarico barbarie è l’età dell’epica. Il bardo ne intona il canto. La civiltà degli Antichi, Atene e Roma, nutrì i barbari affidando loro le proprie mancanze, le proprie debolezze, fino a restarne soggiogata. Una resa obbligata alla propria impotenza. Con doloroso parto, ostetrica e nutrice la Chiesa Cattolica e Apostolica mediatrice con Gerusalemme, nacque Europa. Miracolosa d’arti, cultura, ingegni: la civiltà della persona. Pluralità di lingue, di riti, tradizioni e ordinamenti. Piccole e grandi Patrie. Un ciclo finito. Oggi bar-bar si rivela necessità estetica, urgenza vitale, gesto cosmico.

note a margine del BARBARICO
a briglia sciolta, inventando il collare
Forse il racconto nacque al tempo in cui la pittura rupestre inventò l’arte. L’uomo impose alle cose e alle creature il potere che lo contraddistingue: la cultura. A determinarla un insieme di paradossi e il primo stabilì che niente quanto l’inutile si rivela poi indispensabile. Mediante suoni e tramite segni a fissarli e tramandarli, l’uomo diede, con la scrittura, forma e significato al mondo in cui viveva riconoscendo il pensiero come parte sostanziale della realtà. Accettò il proprio limite fronte al mistero della vita che lo precede, lo contiene, lo sovrasta. Alzando gli occhi al cielo allargò lo sguardo ad abbracciare la terra. L’osservazione e il ragionamento lo spinsero ai limiti dell’eccelso senza tralasciare l’accomodare strumenti di ingegno quotidiano: il collare permise al cavallo di trainare spingendo. Pare ben poca cosa ma senza non saremmo qui, oggi.

mordo il freno e perdo le staffe
Il morso è un leggero contatto alla mano, un equilibrio di grazia tra volontà e potenza. La staffa concede una seduta eretta che poggia salda sui piedi. Morso e staffa sono due oggetti in disuso, due aspetti ormai insignificanti del cammino, sulla terra, dell’uomo. Due doni barbarici.

una febbre da cavallo
Se la realtà diventa immateriale, esiste in quanto comunicazione, la cultura subentra alla natura riducendola ad un artificio obsoleto. Abolito il mistero riluce il paradosso: per essere padroni della propria esistenza ci si fa schiavi della propria opera, e le macchine subentrano nel ruolo di comando.

il cavallo di battaglia
Un teatro di uomini e cavalli è il restauro di un’opera d’arte che ci è stata consegnata e noi oggi custodiamo offrendola al futuro. Il restauro è difficile, c’è polvere e sporcizia ad oscurare ciò che brilla e muffe organiche imbiancano ombre da salvaguardare.
L’immagine è composita: muta variando il punto d’osservazione. È stratificata, non tutto può essere salvato: cosa davvero vale?

SAGA IV anno di grazia MMXV. Ravenna Festival

Nell’arena coperta, dalle 8 alle 20, tutti i cavalli uno ad uno entrano montati da Marcello mentre Joaquim li osserva, ne valuta conformazione, scioltezza, andature, grado d’addestramento. Interviene, ordina, richiama in uno spagnolo secco e stretto: una lingua dura, da caserma, nobilitata in Accademia. Ci si prepara, nella serenità di una dimora finalmente trovata, ritrovata, a mettere in scena SAGA. Nata come opera equestre e cresciuta come epico racconto SAGA IV segna il passaggio al teatro barbarico. Oracolo prima poi Partitura per Voce, Cavalli, Incudine con Mantice e bordone ne hanno definito il percorso. Il debutto nel solstizio d’estate, a Ravenna, il luogo perfetto per raccontare un’antica storia che si rigenerò con i Longobardi quando una classicità allo stremo, asserragliata tra paludi inespugnabili, effondeva gli ultimi bagliori di un potere imperiale in mille e mille tessere d’oro e di lapislazzuli. Ad oriente dignitari e cortigiani ai piedi del Salvatore vittorioso sulla morte e glorioso nei cieli. Ad occidente cripte funerarie in oscure pievi tra crocifissioni e compianti. Ad est l’Agnello assiso sul trono ad ovest branchi di lupi affamati.
“L’amor che move il sole e l’altre stelle” è il titolo del Ravenna Festival 2015.
In tanta possibile ricchezza di contenuti e forme il teatro barbarico montano va a collocarsi tra il calar del sole e l’oscurità da cui affiorano le stelle.
SAGA IV è teatro: un bardo, una cadenza. Un musico, un fabbro maniscalco.
è barbarico: un branco di cavalli e un pugno di uomini nella disciplina di un arcaico patto. Condivisa dedizione tra sudore e polvere.
è montano: fissa gesti, posture, radicati nell’epica. Muove con ritmi di transumanza, bivacca in accampamenti. Segna una appartenenza. Un teatro del tramonto: tramonto di un’era, tramonto di un giorno.
“come sta facendo il sole
giù nel mare, dietro il monte, similmente a voi
la fronte, chino, prima di iniziare.
In questa incerta ora narrerò di vita e morte

di cavalli, di montagne, di una vacillante sorte”

La Cerimonia del sé a Palazzo Te

Nei secoli XV e XVI dell’era cristiana, a Mantova, nella corte dei Gonzaga, con “la raza de casa, nostra” l’arcaico patto si rigenerò in disciplina umanistica, si fece arte e diplomazia. La sala dei cavalli, a Palazzo Te, ne è testimonianza indelebile. Nell’anno di grazia MMXVI nella luce del tramonto e dell’alba, a fine estate un pugno di uomini e di cavalli tra memoria, oblio ed evocazione ne celebra la vitalità.
Pochi elementi essenziali, attitudini solitarie: l’allevare con cura, l’addestrare con sapienza “di molti gesti, parole parche, segreti sguardi è l’allevare”. Contiguità, presenza attenta. Abitare il mistero.
Presiedono alla cerimonia Morel Favorito e Sauro Innominato da lungo tempo, dalla sala del Palazzo, scrutatori di alterne vicende umane.
La libera Compagnia di uomini, cavalli e montagne celebra se stessa, ne ha motivi storici e geografici a sufficienza per farsene ragione.
Si va in scena al tocco dell’Ave Maria quotidiana, ore 07 ore 19.
I cavalli sono raza nostra, de casa.