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Una settimana tra il Mutare e l’Immoto

cronache Barbariche

Le prime nebbie. Macchie di giallo fluorescente su verdi screziati con sfumature d’ocra, grigio e viola, pennellate di rosso. Pioviggina, poi rischiara e s’intuisce il sole ma subito scompare e illividisce il cielo abbassandosi. Sembra voglia schiacciarci ma ci avvolge con dolcezza, ci protegge. Dentro è come fuori, i pensieri si rincorrono, si accavallano, si sfilacciano e compattano. Tutto è movimento, nell’immoto.

Venerdì 29 settembre, San Michele, l’Arcangelo principe delle schiere celesti è stato festeggiato “per via” sull’antica strada dei Toschi e dei Lombardi. Non succedeva da troppo tempo e il Tempo si è premurato di rimarcarlo con la presenza, in viaggio, di una venerabile icona dipinta per l’occasione nel monastero di Decani, in Kossovo e Metohija, accompagnata da Otac Benedikt alla sua destinazione: la comunità di Sassalbo tramite la comunità di Cerreto. Un giorno a racchiudere un millennio, sul limes delle guerre goto-bizantine che propiziarono la nascita di Europa. Un millennio che va a finire, come finisce il giorno. Chi ha occhi per vedere: guardi, chi ha orecchi per intendere: intenda. Nel nostro piccolo, due comunità di montagna destinate dal progresso, dagli studi di settore e i piani di sviluppo, alla scomparsa per esaurimento, è stato un giorno di grande festa, ci ha stupiti e commossi, ci ha fatti salutare, alla fine, con la promessa: all’anno prossimo. Dovremo onorarla. Per vie traverse e inimmaginabili a priori si manifesta la necessità dell’accadere.

Domenica, primo giorno di ottobre, lo stesso tempo e tutt’altro contesto: Castelnuovo né Monti PREMIO RAFFAELE CROVI per la LETTERATURA d’APPENNINO, prima edizione. I premi in genere mi rendono sospettoso ma ho un occhio di riguardo per tutto ciò che ha a che fare con l’Appennino e nel lasciarmi coinvolgere la vicinanza ha aiutato e le persone, Clementina Santi e il ricordo ancora vivo di Raffaele Crovi, hanno fatto la differenza. Sono stato lettore e membro della giuria e tre delle opere premiate nelle varie sezioni sono degne di nota personale, fanno parte della mia biblioteca e, in modi diversi, della mia quotidianità.
Un piccolo saggio sapienziale: Perle ai porci di Maurizio Sentieri, brevi racconti, riflessioni, tracce e ricette di vita da una cucina povera ma tutt’altro che misera, capace di setacciare il creato, capace di trasformare, nel vapore di un focolare, il bisogno in piacere, la mancanza in identità.
Un romanzo: Il giro del miele di Sandro Campani. Una casa, un fuoco acceso, un tavolo, una bottiglia di grappa, due uomini, un’ora tarda…
“ non parlava dei suoi sentimenti, né parlava mai di cose astratte. Si è andati avanti così per generazioni intere, e lui era ancora così, come suo padre e suo nonno. Non c’era niente di strano, se non che tanti altri son cambiati, nel frattempo”. Quel “frattempo” cresce pagina su pagina attorno una piccola falegnameria di montagna e ai suoi giri: il giro della famiglia e del vicinato, dei conoscenti, degli accadimenti, il giro della posta e del pulmino della scuola, ma è il giro del miele a scandire i tempi di una sconfitta e saranno gli anfibi, d’ordinanza ai buttafuori, a marcarla. È il nostro Appennino ai giorni nostri e quando finisci di leggere e chiudi il libro sei nello stesso luogo e nello stesso tempo del racconto, capita di rado. E poi c’è un libro che mi sono rifiutato di giudicare, sono parte in causa, remota ed inestinguibile, ma ciò non può sminuire il suo valore né il mio piacere. Leggendolo torno a Berlino, in altra vita, altro secolo, altro millennio, nella miglior compagnia possibile: Zamboni Massimo, Nessuna voce dentro. Un’estate a Berlino ovest.

Giovedì 5 ottobre, città di Pistoia, Battistero. Inaugurazione dell’esposizione “ non avere timore ” una Annunciazione per il nostro tempo. Opera di Roberto Pietrosanti nata e cresciuta in un conversare, a Cerreto Alpi nell’autunno/inverno 2014, mentre un piccolo miracolo, sotto forma di sostanziosa donazione, permetteva ad un branco di cavalli, ad un’idea di teatro barbarico, di trovare la propria dimora tra i propri monti. Nasceva, di necessità, la Fondazione e le stesse immagini che documentano la nascita dell’opera, essendone componente essenziale, certificano la nascita della Fondazione.
Del “non avere timore” ci sarebbe stato bisogno e ne rimane necessità. Gli stessi suoni, lo stesso canto, la stessa attitudine, che hanno accompagnato la festa di perdonanza a chiudere il millennio, qui rendono lode ad una ragazzina che non ebbe timore – Fiat voluntas Tua – e divenne Madre del Salvatore, Regina del cielo e della terra. A Lei, soglia d’Incarnazione, si genuflettono i millenni.

In questi stessi giorni, e per tutta la stagione, ad Helsinki – Finlandia, al Museo nazionale è esposta la caduta, scatto fotografico di Andrea Angione, realizzato nello stesso periodo, gonfalone della Fondazione, monito ed invito ad alzarsi, rimettersi in cammino.

Sabato 7 ottobre, ore 15.30 Cerreto Laghi, nella luce di un pomeriggio di autunno, in riva al lago, la scheggia di una visione: DI CAVALLI E DI MONTAGNE. E proprio perché le cose succedono, inducono a riflessione producendo riflessi che modificano la percezione e propiziano tanto il mutare che l’immutabile, anche questo accadimento è profondamente legato, determinato, dalla festa di perdonanza. Nel concreto: la vicinanza, la collaborazione, la ri/conoscenza, la stima e l’affetto cresciuti a dismisura verso i Briganti del Cerreto e gli Scaminati di Sassalbo. Nel simbolico: questo luogo, Cerreto Laghi, segnato dalla modernità come tradimento, è il luogo d’incontro reale, dopo essere stato luogo di scontro, tra le due antiche comunità. È il presente, è un’ipoteca sul futuro da cui dipende l’economia di buona parte delle nostre montagne. La Fondazione e il teatro barbarico intendono rendere omaggio a tutti coloro che hanno legato e legano la loro vita, il loro operare, a queste montagne, mettendo in scena i nostri cavalli che sono parte essenziale di questo paesaggio, disprezzati e dimenticati ma non scomparsi. Se è la scrittura a determinare l’origine della storia, della nostra civiltà, e lo è, le prime parole che ci raccontano, certificando la nostra esistenza, dicono di …allevatori di cavalli e muli, pastori, boscaioli, cacciatori… e così saremmo rimasti, nei secoli, nei millenni, fino agli anni ‘50 del secolo scorso, gli anni del boom economico che segnano una frattura irrimediabile con il passato e l’accesso ad una nuova realtà che stiamo sperimentando. Queste parole le troviamo nelle cronache degli storici greco romani al seguito delle legioni durante le guerre contro gli Apuani e i Liguri montani, nostri progenitori, due secoli prima del calendario Cristiano. Per noi è rassicurante, e di buon auspicio, che i cavalli siano ancora con noi. È vero: non sono messi bene, tutto sembra perorare la loro scomparsa ma anche noi, esseri umani, non siamo messi molto bene, il nuovo che avanza vertiginosamente ci ha assicurato molte positività innegabili ma contempla lati oscuri, inquietanti, ci consoli l’essere in buona compagnia. E la compagnia cresce, per la prima volta saranno con noi, in scena, Anya e Ismail, solo pronunciarne il nome richiama il tempo in cui sulle nostre antiche strade, per via, muoveva un mondo nuovo dall’Armenia a Finisterrae, dalle terre d’Oriente all’oceano d’Occidente. Con loro un piccolo cavallo bardigiano, Brigante della Pernice, possente depositario di una storia, molto vicina a noi, di cavalli e di montagne. La loro presenza, solo abbozzata, testimonia il recente incontro/riconoscimento con il Rossano Ranch, protagonista indiscusso del legame uomo-cavallo nella nostra provincia degli ultimi decenni.

Niente di eclatante. Nessun effetto speciale ma gesti e testi radicati nell’epica a segnare una appartenenza. Tensione all’armonia, alla bellezza, sull’eco di un antico canto

Come sta facendo il sole, giù nel mare, dietro il monte
similmente, a Voi la fronte chino, prima di iniziare.
Nel tramonto, tra i suoi raggi, narrerò di vita e morte
di cavalli, di montagne, di una vacillante sorte.