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Ci sono sempre stati

cronache

Frequentavo cavalli, da bambino
li persi con l’età, l’educazione.
Fui giovanotto moderno, mondano
inquieto, in tentazione,
attratto dal diverso, l’altro, il lontano.

ho toccato con mano.
Foggareth ewZwa. Sahara.
ciottoli, rocce, sabbia. Arsura
rullare di tamburi mentre abbuia.
Castelli d’argilla cotta al sole
rose del deserto. Febbre. Sudore
Occhi sgranati dall’alba al tramonto.
La notte, voragine astrale, a risucchiarmi.

del mio giorno di uomo CCCP è il mattino
oh Reggio Emilia! La più filosovietica tra le province dell’impero americano. Per te: punk e musica melodica. Nessuna garanzia, la precarietà fatta giornata, certificano Fedeltà, s’addicono alla Linea.
Tutto sembra possibile, a portata di mano. Sgrano le mie ore come mia nonna sgranava il suo rosario, senza mai averne abbastanza.
Erano gli anni ’80 in tutto il loro splendore, in Occidente,
 dove tramonta il sole, dove le cose vanno a compimento.
In viaggio verso Nord, verso Oriente.

A prima vista sembrò, di là dal Muro, una messa in scena della CIA ad evidenziare lo squallore comunista, Tanta fatica, in tale sforzo, lacrime e sangue, per questo? Un assalto al cielo ben spiaccicato per terra.
Fedeli alla Linea! la Linea non c’è.

del mio giorno di uomo CSI è il meriggio
consumati gli anni miei, vistosi movimenti sulla terra
grandiosi, necessari, futili, patetici.
Come fare, non fare? Quando, dove, perché? E ricordando
KodeMondo. Linea Gotica. Tabula Rasa Elettrificata.
Dalla Bretagna alla Transiberiana
e non è ancora finita. Finita. Finita?

il tramonto è nella steppa.
Tsagaan Nuur, Ovsgol. Foresta, laghi, fiumi
fortini di legno come fumetti di Blek Macigno
taiga, pascoli alti. Tuva. Tepee, renne, acquitrini
contro i lupi, nella notte, fucilate di bambini.
Karakoram, impero della steppa
vendetta di Abele: nomadi e pastorizia.
Gher come bianchi bottoni, mandrie come puntini
aquile in cielo, danze di gru sulla piana
cavalli fin quanti ne vuoi, cammelli di Bactriana.

Mongolia, occhi sgranati dall’alba al tramonto
la notte, voragine astrale, a risucchiarmi
assenza pulsante che vibra incandescente
porta spalancata sul vuoto. Niente?

Mostar, tra gli Slavi del sud, la sera dolente.
s’incunea crudo il freddo, la città trema
Povera Yugoslavia. Miserevole Europa.
Che il Cielo conceda in abbondanza,
in eccesso, almeno a chi voglio bene
del buon vino rosso e prosciutto. Ko.dex.

Il buio mi avvolge tra le mille colline zulù,
le terre della bianca tribù d’Africa, boera.
Kapestadtt, Capetown, Città del Capo
alfine. All’orizzonte: balene.

la notte è Per Grazia Ricevuta
salgo a Gerusalemme pellegrino, solo
Santa tra tutte, Sion, Santa di pace in Dio
non pace a se che ne è incapace.
Acido sentore di paura in gola. E ancora.

Utero speziato, la Porta di Damasco,
su un catino indolente. Tocchi di verde e oro
blu, bianco. Vibrante, ardente. Inebriante.
Muro del Tempio, Muro del Pianto
per dolorosa via ad un Sepolcro Santo.

Ascolto Israele. Squarci d’ immenso.
Tutto può succedere, è successo, succederà
generazione su generazione.
Occorre metabolizzare la tragicità del vivere in dolente saggezza
un uso della ragione e della forza capaci di affrontare le tempeste.
Deliziarsi di brezze.

e quindi avvenne che, non contento di me, tornai a casa
juxta fluvium qui vocavit Sicla
un borgo, un’aia detta Piazza, un campanile, un ponte
una fontana vecchia, due cimiteri in abbondanza di morti
nato tra i morti sui monti, vivo sui monti tra i morti
e non c’è lama che possa recidere la languida catena.

Un crinale esposto al sole, all’acqua, al vento, e neve nel suo tempo.
Un tracciato vecchio quanto l’uomo, segnato dai passi dei cacciatori preistorici, gli stanziamenti dei Liguri, i commerci etruschi, le legioni di Roma poi bizantina, le orde dei barbari da cui nacque Mathilda Dei gratia si quid est nostra regina.

Ben poche tracce, confuse, dei nostri antichi progenitori.
Eroi, Dei, Riti, persi alla memoria dimorano nel Mito
diventano leggenda. Per consegnarsi all’oblio.
Appennino nord occidentale, tra le Alpi e il mare.

Frequentavo cavalli da bambino, li persi con l’età, l’educazione
fui giovanotto moderno, mondano, inquieto, in tentazione
non invano. Ho toccato con mano.

Frequentavo cavalli da bambino, li ho inseguiti già uomo
cercavo, speravo, pregavo per farmi trovare.
Mi hanno trovato.
Non sono gli ultimi arrivati. Ci sono sempre stati.

Ci siamo persi, ci siamo ritrovati.
Tutto qua. Si, certo, siamo cambiati.

Oracolo
Un volantino dei CCCP, per uno dei primi concerti quando ancora non c’erano i dischi, né Fatur né Annarella. Solo un pugno di canzoni. Fulminanti. Live in Pankow, Militanz, Tu menti, Punk Islam, Mi ami?
Noia, Stati di Agitazione, Emilia Paranoica, Curami.
Pubblico allibito, noi imperterriti: marmo e acciaio.
Assemblato ritagliando stampe della rivoluzione russa incollate su una carta stradale, la carta dei nostri percorsi quotidiani: dal Passo del Lagastrello a Carpi, dal Cerreto e Pradarena a Po, da Modena a Parma. Oh! Reggio Emilia! La più filosovietica tra le province dell’Impero!
Una composizione estetica e retorica. Il lavoro di una notte insonne per dare forma a pulsioni profonde, cerebrali, di cuore e di pancia.

Il volantino dei CCCP

Il volantino dei CCCP

È un Oracolo. Manifesto di un teatro barbarico, teatro di uomini, cavalli e montagne, in scena oggi, 33 anni dopo. La Fedeltà è questione di lunga durata. La situazione è eccellente. CCCP è con noi. Fino alla fine.