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Manifesto

Perché una fondazione?

Comincia così.
Estate di San Martino a Comano, in alta Lunigiana, nell’anno di grazia 2014. Come mezzadri o fittavoli d’altri tempi a cui è scaduto il contratto siamo alla fine di una precaria stabilità. Impegnati da troppo tempo nell’estenuante ricerca di una dimora per i nostri cavalli, uno spazio in cui operare e far vivere il progetto che ci è cresciuto tra le mani: il teatro barbarico.
Elegante Socrate Scricciolo Tancredi Ugolino Enea Kabul Ben Eclipso Assolo Assenzio Athos, i nostri cavalli, sono ospiti/prigionieri della struttura ippica che dobbiamo, e vogliamo, lasciare. Verbena e Tetide, con i puledri Canusiae Cangrande Diamante sono al pascolo del Pallarino, nell’alta Val d’Enza. L’Una, Tre e Renna, bradi sui monti del Cerreto, nell’alta valle del Secchia.
È il nostro capitale, la nostra ragione sociale. È molto di più: una legittimità che allinea, a colpo d’occhio, i secoli e le generazioni. E adesso tocca a noi, è il nostro tempo.
Il patrimonio cumulato si riduce ad un bagaglio che può essere caricato a soma, poche cose facili al trasporto: un po’ di foto e di scritti, un baule con le armature e i vestiti di scena, un CD con la colonna sonora di “SAGA il canto dei Canti epico racconto dell’Alpe e dei suoi abitanti”.
Ci sono due film/documentario che ci raccontano ma viaggiano per proprio conto. Possediamo un camion per il trasporto cavalli e un trattore con pala e carro, comprati usati. Siamo sulla strada, senza un ricovero per gli animali, senza fieno per l’inverno che sta arrivando.
Noi siamo: io, Marcello e Cinzia. Siamo messi davvero male. Come è potuto succedere?

Un passo indietro.
Nell’estate 2010 ci eravamo costituiti in “Corte transumante di Nasseta libera Compagnia di uomini, cavalli e montagne”. Tre soci, sei cavalli, un paesaggio. Conoscenze specifiche, capacità concrete e una manciata di follia sostenuta da robuste quote di buona volontà. Una intuizione a lungo meditata, propiziata dal Parco Nazionale dell’Appennino tosco emiliano a cui compete la tutela del patrimonio naturale, materiale e culturale, delle nostre montagne. I cavalli ne sono parte integrante e, in quegli anni, erano anche un capitolo di spesa. Sommando piccole collaborazioni a prospettive condivise si era strutturato il progetto: “un crinale cavalcante”. Tutti soddisfatti.
Così nell’autunno 2011 abbiamo accettato la proposta di gestire il centro ippico di Comano, una struttura pubblica in via di ultimazione, e ad inizio estate 2012 ci siamo trasferiti inaugurando La Porta equestre del Parco. Certi della fattibilità e persino della reciproca necessità di collaborazione. In attesa della formalizzazione — mai avvenuta — del contratto conseguente la vincita del bando di gestione ci siamo messi al lavoro confidando nel valore del nostro operare. Operare?
Venti cavalli da mantenere in una struttura non terminata, senza agibilità, un fienile la cui costruzione continuava ad essere posticipata in un rimando tra istituzioni alternativamente latitanti. Le prime piogge d’autunno poi hanno allagato tutto ed è cominciato lo svelamento, in progressione tumultuosa, di una ben triste realtà peggiorata dalla constatazione che l’interesse dei nostri interlocutori istituzionali era focalizzato sulla comunicazione ­— la resa mediatica — ma indifferente alla sostanza delle cose e incapace di porre rimedio ad alcunché.
Una quotidianità devastante in una progressiva paralisi.
La necessità di trovare una via di fuga, una possibilità di sopravvivenza per noi è i nostri cavalli, ci ha forzati a chiudere con la Porta del Parco e spronati ad aprirci al teatro barbarico.
Ce ne siamo fatti ragione, riconosciamo persino che senza quell’input iniziale del Parco mai ci saremmo avventurati in simile impresa.
Dobbiamo essere grati?

Un passo avanti.
E si è verificato l’impensabile. Una donazione privata più che generosa ci ha permesso la stesura di un pre-contratto d’acquisto per l’unica struttura del territorio funzionale alle nostre necessità (ex coop agricola poi azienda Zampolini: il luogo in cui tutto era cominciato, nel 2010, noi affittuari) ce ne ha consentito l’utilizzo immediato garantendoci la sopravvivenza. Due settimane di lavoro matto e disperatissimo per pulire, sistemare l’indispensabile e traslocare. Due settimane col cuore in gola e gli occhi febbrili. Tornavamo a casa. Il 7 dicembre 2014 i cavalli avrebbero dormito a Collagna. La mattina dell’8 dicembre mentre la prima neve dell’anno imbiancava i monti salivamo ai pascoli a recuperare le cavalle e i puledri. L’inverno era arrivato, solo problemi all’orizzonte, ma i cavalli erano nelle stalle, il fieno al coperto, i cani scorrazzavano avanti e indietro.
Uno sguardo nuovo posato sulle cose di sempre. Per ricominciare.

Un passo a lato.
Ne discutevamo da tempo: quale forma burocratico legale fosse idonea ad una progettualità costretta ad investire ogni energia, ogni speranza, nella dimensione culturale ed artistica. Costretta a definirsi in corso d’opera. Allevare ed addestrare i cavalli della nostra tradizione, costruire con loro il racconto di un mondo che va a scomparire. Inscenare un teatro che fa del millenario rapporto uomo cavallo il fulcro della propria esistenza affidandogli l’onere e l’onore di contribuire alla conservazione e rigenerazione di una civiltà del vivere sui monti.
Una disciplina quotidiana, nel ciclo delle stagioni, accettando la precarietà e il rischio come propri compagni di viaggio in una strada quanto mai impervia ma obbligata. Un destino?

Il nome della Fondazione

Una FONDAZIONE culturale ci è sembrata – è stata suggerita e non c’erano alternative – risposta la più confacente alle nostre esigenze. C’era già anche il nome: GIOVANNI LINDO FERRETTI, in virtù di una pubblica immagine a garanzia. Qualche problema, per me. Avrei voluto restare nell’ombra. Prestare la mia voce a Marcello e Cinzia, occuparmi dei cavalli tra i monti in cui sono nato e in cui sono tornato a vivere. È stato il susseguirsi degli accadimenti a rimescolare le carte.
Sono state le difficoltà e la necessità di non lasciarsi travolgere. È stata la profonda convinzione che Marcello possegga una naturale autorità – vera signoria – sui cavalli, e l’affidabilità indispensabile per avventurarsi in una impresa che si svela nel procedere.
Un cammino a ritroso, verso gli albori della civiltà, quando antichi uomini e antichi cavalli stipularono un arcaico patto di mutuo soccorso e si avviarono verso l’oggi che ne ha perso memoria dopo averne vanificato l’utilità. Marcello possiede una attitudine cementata nell’esperienza che, per essere stata fondante l’esperienza umana — un intero ciclo della civiltà ha viaggiato a cavallo — deve essere salvaguardata e tramandata.
Così ora c’è una Fondazione, ahimè la più scalcagnata che esista, a custodire la necessità di non abbandonare le nostre montagne, la necessità di uno sguardo nuovo sulle cose di sempre, costruita attorno un sapere/potere di cui Marcello è depositario. E porta il mio nome.
Se l’esser morto eviterebbe l’imbarazzo, una discreta salute mi impone di preservarla, accudirla, fortificarla. Venti cavalli, tre cani, un teatro barbarico, una terra che deve essere abitata, sono motivi più che sufficienti a contenere l’imbarazzo e centuplicare ogni grammo di energia.
Ho anche motivi di consolazione privata. Quando ero piccolo, in paese, per i vecchi, ero il bimbo dei Comparoni. Nelle comunità tradizionali era il casato a definire l’identità e io vivevo con mia nonna nella nostra casa. La scuola mi ha consegnato l’identità legale: Ferretti, ma un’ombra permane. Sospesa. Quanto a Giovanni Lindo è il nome di mio padre, nessuno l’ha scelto per me, è stata la sua morte improvvisa prima della mia nascita ad impormelo. Ora vedere questo nome stampato nella dicitura della Fondazione mi apre al sorriso: lo considero l’equivalente di un montano milite ignoto. Una entità indefinita, intreccio inestricabile di tragico e meraviglia, ma ben collocata nello spazio: Appennino nord occidentale, nel tempo in cui la modernità si manifesta come abbandono, sgretolamento. Io, nelle stalle, nei pascoli, nel teatro, sono il Pres. Non mi è mai piaciuto, rimanda a Presidente, lo salva l’affetto con cui è pronunciato. Da che ho ceduto il mio nome alla Fondazione Pres mi piace, lo intendo: Presidio. Presente. Marcello è: Komando, e Cinzia: Signora. E le cose mutando trovano compimento. Perseverando.

Prima della Fondazione

L’origine di una visione.
Tutto è cominciato attorno una piccola arena coperta, una stalla in disuso che Marcello e Cinzia hanno affittato e riadattata a scuderia. È stato il loro reciproco dono di nozze.
Marcello lo conosco da sempre. È un “signore dei cavalli”. Non è un riconoscimento attestabile da alcun documento, nemmeno della Reale Accademia Spagnola o del Cadre Noir francese: le residue illustri istituzioni equestri dell’Europa storica. È una reminiscenza preistorica. È un dato di fatto e lo certificano i cavalli difficili.
Marcello è un autodidatta. L’esordio secco e tagliente come una storiella zen. Per tutta la vita ha lavorato come operaio, camionista, saldatore, boscaiolo. Ha lavorato in proprio, conto terzi, regolarmente assunto ma sempre, prima e dopo il lavoro, la mattina presto e la sera tardi, nei giorni di festa e nelle vacanze, si è dedicato ai cavalli. Cinzia è montata a cavallo il giorno in cui si sono sposati. Marcello, dopo il “sì”, l’ha messa su Elegante, cavallo maremmano allevato con cura. Destriero lustrato e bardato a festa come conviene ad un testimone di cerimonia. Non è più scesa scoprendo giorno dopo giorno, cavallo dopo cavallo, una volontà e una capacità inarrestabili. La guardiamo stagione dopo stagione, in progressione a crescere, con ammirazione.
Quando tutto è cominciato era il 2010 e sembra un secolo fa. Il mio orizzonte vitale si era ristretto, concentrato su mia madre ormai vecchia, malata, bisognosa di cure e attenzioni costanti. Pensavo la mia vita volta al termine, tra una pubblica immagine a svanire e il crescere di una dimensione privata, appartata. “si scompone il mio giorno in ore senza contorno, i miei gesti in cadenza, le parole a sequenza. Un figlio adulto, paterno, una madre in bilico tra ieri e l’eterno.” Una quotidianità scandita tra casa, chiesa, cimitero, stalla. Un cammino a ritroso verso l’infanzia, la mia e quella del mondo che mi ha generato.
È stata la stalla, sono stati i cavalli a permettere, poi sostenere, l’incontro con Marcello e Cinzia.
Sono state le ore trascorse insieme, il conversare cavalcando nei boschi su e giù dal crinale, che hanno reso possibile poi focalizzato lo spazio di una visione. La sera, nell’arena, godevamo di un privilegio concesso a pochi, come essere catapultati negli accampamenti “tra i millenni della Cina e i secoli di Roma” quando era il cavallo a fare la differenza. Come trovarsi trasportati nelle Accademie delle corti rinascimentali che dall’Italia hanno irradiato ovunque in Europa l’arte equestre: l’addestrare non solo come necessità bellica ma come ricerca d’armonia e figurazione di bellezza.
Domande a cui è difficile rispondere si formulavano e restavano lì, sospese. In attesa. Perché i cavalli sono così importanti? Perché non possiamo farne a meno e non sappiamo di che farcene?
Solo un vizio difficile da mantenere? Ma possono essere definiti un vizio? Fossero una virtù? E in tutto questo ci è stata assegnata una parte? Come farcene carico?
Così è nata la Corte Transumante di Nasseta. La scelta del nome, omaggio alla tradizione, ci avrebbe da subito travolti.

Il gonfalone

La Caduta, uno scatto fotografico per il teatro barbarico.

La storia della civiltà europea, che è civiltà della persona, è scandita dalla pittura e dalla scultura, dall’architettura, dalla musica, dalla letteratura. Un immenso patrimonio, vero scrigno di meraviglie, che ne punteggia lo spazio fisico e mentale. Ogni opera pur godibile in se stessa rimanda ad altro, incatenata al susseguirsi delle generazioni.
Il contemporaneo si manifesta come taglio netto con il passato, nella tela e nel quotidiano, nelle forme e nei modi di vivere. Stiamo annegando in un flusso di immagini, tra la pretesa di mappare la realtà e l’incubo di reinventarla ad uso e consumo. Immersi in indistinto brusio. In spazi sempre più limitati, tendenti all’asettico: lo sterilizzato come garanzia del salubre.

Cosa resta del senso del vivere? Cosa resta dell’arte?

Ne resta necessità, se ne percepisce mancanza.
Un giovane fotografo, Andrea Angione, ci ha proposto di posare per uno scatto, in una sua personale ricerca iniziata ricostruendo dipinti seicenteschi come set fotografici: la luce, i corpi, la composizione. È Caravaggio a comporre uno sguardo pittorico che prefigura lo sguardo fotografico: la luce a dar corpo alle cose e ad animare i soggetti. Ci siamo misurati con la caduta e con la conversione di Saulo, per la pregnanza delle parole e la presenza determinante del cavallo; abbiamo fatto nostro il suo sguardo, l’abbiamo inscenato e interpretato. Ne abbiamo fatto il gonfalone del nostro teatro.
La caduta, stampata su tela come pala da altare, contiene gli elementi essenziali ad illustrare la visione da cui nasce la disciplina del nostro operare. La terra: stare coi piedi per terra, cadere a terra, tornare alla terra. Non l’acqua, non l’aria. È la terra l’orizzonte di
chi muove a cavallo. La rovinosa caduta è far conto della disgrazia che travolge oggi uomini e cavalli. Gli uomini in mutazione antropologica, i cavalli in via d’estinzione. Urge rialzarsi.