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Il luogo è il tempo

cronache Montane

Il luogo, per una volta, è il tempo
freme il gran faggio, le radici esposte
mosso da brezza sotto sole cocente
custode delle cronache e testimone
oggi – arriveranno? –
sommesso parlottare scalpicciante
stanno arrivando.

Tracciato d’occidente, da sempre
strada ducale di Toschi e Lombardi
e, all’indietro, imperiale
variante di valico della via Romea
bizantina, militare romana
commerciale, trafficata a soma
da Etruschi, Celti, Liguri, Apuani.
Pista stagionale di antichi cacciatori
tracce di uomini, orme di animali
passo su passo. Trapasso
tra il piano padano e il mare.

È il suono della zampogna, richiamo del sangue, ad allertare chi attende.
Il giorno è oltremodo fitto di presenze, molti i convocati in cielo, numerazione su numerazione: tutti presenti. I morti non deludono e l’unica democrazia che non divora se stessa è quella che ne fa, con i non ancora nati, sue fondamenta. Poi servono santi ed eroi e non è mai abbastanza. Qui sulla terra, la nostra terra, tutto è sospeso tra bellezza di forme e desolata sostanza. Si può piangere per lo sciupio, lo sfacelo, lo strazio, a cui ci stiamo costringendo e il goffo sciatto proponimento di riqualificare e valorizzare di cui ci riempiamo la bocca. Abbiamo distrutto un patrimonio culturale, economico, religioso, disprezzato e incompreso, di cui possiamo solo patire mancanza. Ma oggi è giorno di festa, San Giovanni Battista Patrono della comunità nei secoli dei secoli. Dopo anni di progressivo abbandono la santa Messa è affollata, qualcuno anche fuori sul sagrato, capita ormai di rado: Santa Maria a ferragosto e qualche funerale. Ci avviamo sfilacciati ma composti verso la maestà, la Madonina’d Rivazel, al cui cospetto avverrà l’incontro tra due paesi che furono rigogliosi ed orgogliosi, prossimi e nemici, Cerreto Alpi e Sassalbo. Un incontro che verrà ripetuto per la festa di San Michele Patrono, sempre sull’antica strada, sempre al cospetto di una maestà, a Sassalbo. Che il cielo ci aiuti.
Ci ritroviamo, tra le nostre montagne a cui apparteniamo, immersi nella creazione, nel canto del cielo del bosco del vento, gli uni fronte agli altri, i bimbi davanti con i gigli in mano, la statua di San Michele e lo stendardo di San Giovanni, commossi dal profondo, un luccichio negli occhi.
Esposti al tempo.

Sfoltire i pensieri, scorticare le parole, sforbiciare i gesti: tutto quello che serve è una benedizione impartita dal sacerdote, nell’ordine di Melchisedech, poche parole le stesse di sempre ad insegnare, ammonire, consolare …che c’è il male, il bene sia con noi. Amen. Semplice come un sorriso, corposo, schietto come una stretta di mano avvezza a guadagnare il pane, gradito il companatico, una bottiglia di vino.
Una processione cadenzata sui canti tradizionali, smessi quei canti finite le processioni sui monti. Salve Regina e litanie, Mira il tuo popolo, Nome dolcissimo, O del cielo gran Regina, Dell’aurora tu sorgi più bella. All’arrivo in paese le campane spiegate a festa e le case, sasso su sasso, a far cassa armonica d’arenaria amplificando la potenza, la commozione.
Inni e canti sciogliamo o fedeli…
per i miseri implora perdono,
per i deboli implora pietà.
Si, stiamo cantando di noi. La chiesa che veglia sull’abitato e lo protegge ci accoglie. Poi al suono della zampogna ci avviamo all’apparecchiata, in piazza, nessuno a servire ma tavoli colmi di cibo portato da ognuno e buon vino. Qualcuno sta preparando polenta e salsicce sembrando giusto e lodevole il proponimento di “nessuno a servire” ma un po’ troppo idealistico, poco montanaro e poco ospitale.

Può essere uno strumento musicale ad identificare una civiltà, un’appartenenza del cuore e dei sensi. Più una civiltà è antica e complessa più aumentano gli strumenti necessari a raccontarla. Ammesso che l’occidente sia ancora una civiltà e non un’accozzaglia di ottimi e pessimi sentimenti a comporre un ordinamento politico che sostiene una economia diventata finanza e devasta il reale in funzione di un virtuale libero da vincoli e bisognoso di affermarsi come autocreazionista, quell’occidente che era grande civiltà si raccontava all’apogeo con orchestre in sinfonie dirette da semidei dell’arte che ne garantivano l’esecuzione esaltandone le dinamiche. Quell’occidente si è sgretolato al suono delle corde elettrificate ritmate dalle percussioni etniche ed industriali e per un po’ si è potuto e voluto credere che fosse il suono del nuovo che avanza. Fossero i cigolii e le sconnessioni del vecchio, quello di sempre, ritorto su se stesso? E se capita, capita, che la musica che ne esce sia bellissima, di una bellezza struggente, sarà in virtù di ciò che avanza o di ciò che recede e non si arrende?

Passato presente futuro sono una triade inscindibile, in equilibrio dinamico ma ciò che possediamo è il passato. Rinnegarlo ci consegna indifesi alla malia di un presente che non è in grado di sostenere i presupposti su cui si fonda ma offre comodità, aspirazioni ed opportunità in progressione virtualmente infinibile. Tutto per tutti: diritti sempre più sghembi, allo sbando.
Del passato della musica, la tradizione orale, impossibile da salvare, restano i suoni. C’è un suono che prodotto si spande nel paesaggio, lo fa vibrare, si sente con le viscere, allarma ma può consolare: è la zampogna/cornamusa, una sacca ottenuta scuoiando una pecora o una capra a far camera d’aria e consentire l’emissione di un suono continuo. Nei buchi degli arti e del collo sono innestate le canne e l’imboccatura. Un suono acuto e profondo adatto alle distanze, gli spazi aperti, capace di sostenere e invigorire lo sforzo, la lotta, le battaglie. È il suono d’occidente prima della storia, un suono barbarico. La campana è il suono della civiltà cristiana. Campana campanile chiesa eremo monastero, ora et labora. C’è un tempo per tutto, la campana lo scandisce, e tutto ruota intorno alla preghiera. La ghironda è suono di corte, gentile, colto e prezioso, adatto ai grandi interni, al convivio, alla danza. La fisarmonica è la tradizione che incontra la meccanica, la rivoluzione industriale, ed è ancora un confronto alla pari, l’apoteosi della festa popolare appena prima della sua scomparsa. Questi suoni sono con noi, ci fortificano, ci spronano.

vorrei cantare qui per tutti noi
la meraviglia di un incontro lieto
di due comunità che tempi addietro
ebbero da ridire in malo modo.
Fu il bosco causa di rancori ed odio
di rappresaglie, di azioni legali…

…continua dopo l’estate: tante feste tanta gente tanto tutto tanto niente, a Sassalbo, nei colori del primo autunno, quando l’aria rinfresca e il buio comincia a calare presto e siamo pochi…

ph Martina Falcucci Chinca