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Cavallo del Ventasso

La cronaca elenca, cumulandoli, gli accadimenti che la storia, selezionandoli, riordina a posteriori secondo necessità. C’è però un luogo della mente in cui né la cronaca né la storia hanno potere: è il regno del mito. Il mito precede gli avvenimenti, li attraversa, li assoggetta o li vanifica. Non intende ragione, non soggiace al tempo. Può occupare uno spazio generandosi in un luogo specifico e spetterà alle leggende radicarlo e fortificarlo. Non le si consideri esaurite, residuali di arcaicità, le leggende godono nel contemporaneo di una rigogliosa vitalità mediatica e metropolitana: sono vive e lottano insieme a noi perché, a discapito di ogni pretesa riduzione utilitaristica, la vita resta un mistero. Incantevole e imprevedibile.

Questa premessa è indispensabile per addentrarsi in uno spazio che rifugge semplificazioni e giudizi netti e deve altresì confrontarsi con normative, protocolli e schede tecniche.
Stiamo parlando del cavallo del VentassoIl Registro anagrafico delle popolazioni equine riconducibili a gruppi etnici locali, determinati da uno specifico territorio, ne stabilisce, negli anni ’70, il nome, la consistenza e gli standard di razza. A differenza di altre popolazioni equine di montagna adibite ad uso domestico lavorativo, di statura ridotta, l’allevamento ha sempre fornito cavalli ad uso militare, di buona altezza e potenza. (152 / 164 i maschi – 150 / 162 le femmine, secondo lo standard di razza)
Sulle nostre montagne il libero allevamento è documentato da oltre un millennio. Dai Vallisneri, dalle comunità di arimanni, gli uomini liberi dell’epoca longobarda, attraverso il Comune Militum delle valli dei Cavalieri, il Ducato di Parma, il Regno d’Italia poi la Repubblica fino ai giorni nostri. Ma già gli storici greco romani dell’antichità definivano gli abitanti di queste terre: “Allevatori di cavalli, muli..”
Gli allevamenti sono a carattere familiare amatoriale di piccole e piccolissime dimensioni. Nel secolo XX un solo allevamento di media dimensione, gestito con criteri ippici, ha garantito la stazione di monta per tutto il territorio: i Bertoldi a Ramiseto. Bertoldino è stato, per tutto il novecento, sinonimo di cavallo del Ventasso accentuandone poi l’utilizzo sportivo tramite un rinsanguamento eccessivo che l’ha snaturato.

Anno di grazia MMXVII: lo stato delle cose.
Mancano gli stalloni riproduttori, la selezione dei puledri, urge una conta delle fattrici. Manca una progettualità d’allevamento e di utilizzo.
Il cavallo del Ventasso è un nome. È stato un investimento economico confuso e pasticciato e, ad oggi, la situazione è più che fallimentare. Siamo ad un passo dall’estinzione. Non resterebbe che chiudere, con molte note di biasimo, il Registro anagrafico. Eppure il nome conserva intatta la sua fascinazione. Con nota di divino sarcasmo il fallimento di questo patrimonio che è insieme mitico, storico e zootecnico si verifica nello stesso momento in cui i quattro Comuni del territorio, con notevole sforzo, molti dubbi ma obbligati da contingenza, si sono unificati e hanno scelto VENTASSO come proprio nome. Un gran bel nome.

Ventasso è un monte, un lago, un eremo in cui la devozione popolare ha saldato nei secoli la religiosità pagana del mondo antico con la religiosità cristiana. Dall’alto medio evo si è snodato un ininterrotto pellegrinaggio annuale che ha visto le comunità dell’alta valle del Secchia e dell’Enza risalire la montagna a confermare il legame atavico con la propria terra. In quello che era il regno delle divinità naturali, delle potenze spirituali, delle fate, la venerazione di Santa Maria Maddalena ha garantito, in contesto cristiano, tutte le prerogative antecedenti. Lo stesso sasso, gli stessi gesti, la stessa benedizione per le donne partorienti, ad esempio. Sono stati gli anni ’60 del XX secolo a decretare la fine del mondo tradizionale e l’avvento della modernità che si è manifestata prima con lo spopolamento poi con l’abbandono. Boom economico l’abbiamo chiamato, è stato travolgente. Una frattura insanabile.
La montagna ha perso la dimensione economica, sociale, religiosa e si è ritrovata catapultata in fruizione turistica. Una incerta collocazione nell’attesa di un destino che si sarebbe manifestato poi come Parco nazionale dell’Appennino tosco emiliano.

Eccoci alla cartolina che si poteva trovare, risalendo la strada statale oltre lo Sparavalle, in ogni bottega, in ogni bar. Tutti almeno una volta l’hanno comprata, scritta, spedita, ricevuta. Questa cartolina, una fotografia a colori del lago del Ventasso, ha segnato l’immaginario di una generazione di montanari e di cittadini reggiani.
In primo piano un branco di cavalli. Selvaggi?
Quegli stessi cavalli che, sostituiti dalle moto, le utilitarie, i trattori, i camion, stavano scomparendo dalla quotidianità già si presentavano in funzione turistica, paesaggistica. Selvaggi! La millenaria mitologia su cui poggia il rapporto uomo cavallo trovava, negli stessi anni, un alleato imprevisto nel cinema che, stravolgendola, le assicurava una continuità seppur conflittuale. È l’epopea del western all’italiana e vent’anni dopo, negli anni ’80 e ’90, i cavalli che si sarebbero rivisti nei nostri paesi sarebbero stati tanto figli di quell’immaginario cinematografico quanto di un senso d’appartenenza che non vuole morire. Sempre in bilico tra l’essere considerato un vizio e il pensarsi virtù.

Sarebbe bello lo fosse per tutto il nuovo Comune ma certo per la Fondazione e il teatro barbarico diventa un imperativo operare al meglio delle proprie possibilità per salvaguardare questo patrimonio, rigenerarlo a nuova vita. Qualcosa che assomigli al come sempre. Così è.