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casa d’altri?

cronache Barbariche

Ho avuto, per tutto ciò che riguarda lo straordinario, una vita affascinante per la qualità delle esperienze. Non saprei immaginarne una migliore o diversa. Eppure ho sempre covato una profonda insoddisfazione che non trovava soluzione ed era determinata da una mancanza assoluta. Nel tempo ho dato un nome a questa sensazione, un nome in codice: casa d’altri. Una dimora invasa da pensieri. Pensieri sempre pensati e da ripensare. Inquieti, da contenere e indirizzare, pensieri affamati da nutrire, insaziabili.

Poteva e doveva essere il progresso, l’affrancamento da un destino ingrato. Sono, siamo, la prima generazione cresciuta sui banchi di scuola, al riparo dalle intemperie, lontani da casa, senza pascoli e senza doverci preoccupare degli animali. Eravamo progenie determinata da un orizzonte montano, la vita scandita dai cicli lunari nel susseguirsi delle stagioni. Liberi per quel che si può, responsabili della nostra sorte e sempre a rischio. Si dice fossimo poveri ma abbiamo conosciuto la miseria da servitù, che somma alla dimensione economica lo sradicamento sociale e culturale, soltanto lontani dalla nostra terra e dalle nostre case.
Camminare nei nostri borghi abbandonati mi induce sempre alle stesse domande. Perché le case possiedono ed emanano un concreto senso di dignità? Perché conservano un’idea di armonia e, anche crollate, di solidità? Non si sarebbero costruite case così belle in luoghi così impervi, scomodi, senza una economia capace di offrire un possibile benessere materiale, senza famiglie consapevoli e comunque in grado di affrontare le difficoltà e le disgrazie, senza un forte senso di comunità condivisa.
Si dice fossimo ignoranti, zotici, asserviti alla terra e condannati dalla storia. È falso.
Sapevamo muoverci nel mondo, per quello che era, lo facevamo bene. Oggi si racconta una storia funzionale al poi, non verificata e difficilmente verificabile, di cui ci si accontenta. I nostri racconti tacciono e solo occasionalmente ci troviamo, intrusi, nel racconto di altri.

Chi racconta cosa? Nella sola mitologia di cui oggi disponiamo: la guerra di liberazione dal nazifascismo, il racconto dei Partigiani è: dalle belle città date al nemico fuggimmo un dì su per le aride montagne. E, aggiungo io, quando scendemmo vittoriosi per ricostruire un mondo nuovo le montagne restarono sullo sfondo. ARIDE.
Ma le montagne non erano aride, non le nostre. Erano abitate, coltivate, i castagneti erano veri e propri giardini. La mia valle era, fino a 50 anni fa, in larga parte terrazzata. Di tutti i turisti arrivati negli ultimi anni nessuno se n’è accorto e di tutti gli abitanti del paese quanti lo ricordano? Per costruire una coltura di montagna, che è la materializzazione di una cultura, ci vogliono secoli, per distruggerla può bastare interrompere la quotidianità nel tempo di una generazione. I nostri vecchi di cui oggi ci prendiamo cura, li abbiamo in casa per lo più con sguardo fisso alla televisione, per la prima volta al mondo non sono depositari di alcunché tanto meno della cultura tradizionale. Senz’altro testimoni della sua scomparsa ma per lo più sono agenti, seppur inconsapevoli, dell’avvenuto tradimento.
Se pensiamo che esista solo la volontà dell’uomo dobbiamo rassegnarci: la cultura dei monti, che era parte fondante la cristianità d’occidente, è irrimediabilmente persa.

C’è un libro “La vita del pastore” di James Rebanks, storia di un uomo e del suo cane, di un territorio e di un gregge. È una storia inglese dei nostri giorni, una vera sorpresa .
..Ho capito che eravamo diversi, molto diversi, una mattina di pioggia del 1987…avevo circa tredici anni ed ero seduto insieme ad un mucchio di altri futuri universitari mancati a sentir cicalare un’insegnante vecchia e stanca su come dovessimo ambire…era una perdita di tempo e lo sapeva anche lei. Come i nostri padri e i nostri nonni, come le nostre madri e le nostre nonne, eravamo fermamente decisi a essere quelli che eravamo ed eravamo sempre stati…l’insegnante ci reputava troppo stupidi e privi di immaginazione per “combinare qualcosa nella vita”. L’idea che noi, i nostri padri e le nostre madri potessimo essere gente fiera, laboriosa e intelligente che faceva qualcosa di utile o persino di ammirevole non la sfiorava nemmeno.

Quello che ha determinato il grande disagio della mia vita è riducibile al fatto che io ero nato per fare dell’altro. Avrei voluto essere come mio padre, mio nonno, mio bisnonno, e a ritroso, come sempre, come tutti. Avrei dovuto esserlo con le mie capacità, nel mio tempo, assumendone le responsabilità, accettandone i limiti e il mutare delle condizioni.
Avrei voluto rimanere. Mi ha salvato l’essere tornato.
Questo è l’unico orizzonte che mi sta a cuore, mi può pacificare, c’è voluta una vita per capirlo e non è stato facile. Tutto è predisposto per il contrario: è assodato che solo un idiota può pensare di restare dove è nato a fare ciò che è sempre stato fatto. .
..una specie di vita misteriosa talmente perfetta che è una perdita di tempo andare in cerca di qualcos’altro
Noi dalle nostre montagne non eravamo mai scesi, o meglio, scendevamo continuamente ma per risalire il prima possibile.

Tutto si sta sgretolando. Una montagna intensamente coltivata per mille anni e abbandonata da quaranta sta velocemente mutando la propria connotazione. Coltivare, allevare, abitare in montagna, ha significato innanzitutto irreggimentare le acque sorgive, incanalare le acque piovane. È l’erosione il primo problema di un terreno scosceso in un sistema fragile. Arginarla è un lavoro immane, costante e perpetuo, plausibile solo generazione su generazione, lo si fa se è la propria vita potendone ricavare sostentamento e soddisfazione. Da quando la montagna è stata abbandonata questi lavori vengono assegnati, con aste al ribasso, a seguito di calamità di cui ci si affanna a proclamare “mai più”, vengono svolti con metodologie massicce e invasive, una tantum, nell’attesa del prossimo “mai più”.

“Appenninico” diventa appellativo di un politico che non raccoglie abbastanza voti, le provincie spariscono in funzione delle aree metropolitane, l’intervento pubblico si concentra su una viabilità volta ad agevolare il traffico, massima aspirazione è la funzione turistica e il traguardo più ambito è il conseguimento di una targa SITO UNESCO. Che dire? Se il succedere delle cose sulla terra dipende solo dalla volontà degli uomini, indispensabile e quasi sempre poco lungimirante, non c’è speranza. Eppure qualsiasi sia la situazione in cui si vive occorre trovare, scoprire e accettare, la propria ragion d’essere, il proprio compito da svolgere, il dovere cui fare riferimento. E poi vivere.

Il mio dovere nei confronti del mondo che mi ha generato è piccolissimo. Che io lo compia o no può fare la differenza, certo la fa per me, per la mia vita. Si è trattato di mettere insieme una serie infinita di pensieri, di esperienze, e poi incrociare le giuste persone. In montagna si è sempre e comunque “non abbastanza”, c’è un valore già in questo, bisogna scoprirlo. Bisogna imparare ad apprezzare i pregi di ognuno anche quando sono pochi, a lasciar perdere i difetti anche quando sono molti. Sembra uno sforzo titanico finché non succede qualcosa e muta lo sguardo.
Una mattina ti svegli e scopri che sei nell’unico posto dove vorresti essere e le persone che ti stanno intorno sono le persone giuste, giuste per te. È quello che ti spetta, non ci sarà altro. Se sei capace di ringraziare per ciò che ti è stato dato non ti servirà altro.
Posso riassumere il mio dovere nei confronti del mio mondo in poche parole: salvaguardare una presenza, un’attitudine, un comportamento, un antico sapere che non ha alcuna valenza pratica ed è consegnato all’oblio. Tutto il mio operare in pensieri parole opere è dedito allo scandagliare un arcaico rapporto che ha segnato con un’impronta indelebile l’idea stessa della nostra civiltà. Un antico patto, antichi uomini e antichi cavalli lo stipularono nella notte dei tempi, a mutuo soccorso. Un patto vanificato dalla prima rivoluzione industriale che ne ha esaurito le funzioni materiali attestandone il valore: l’unità di misura della potenza meccanica che avrebbe mutato la condizione umana sulla terra non poteva che chiamarsi cavallo/vapore. Tutta la civiltà fino ad allora era cresciuta attorno questo connubio in cui l’uomo ha messo l’intelligenza, la capacità di pensiero, di parola, di scrittura, e il cavallo ha messo l’energia, la potenza fisica, offrendo bellezza gratuita.
Agli albori del terzo millennio alleviamo ed addestriamo, sull’Appennino, cavalli di nessuna utilità. Non possiamo né sappiamo farne a meno.

Un paradosso fondante la cultura recita: la cosa più inutile diventa poi essenziale.
Possiamo solo scommettere sul potere della cultura perché se il cavallo è inutile, destinato ad una estinzione protetta, noi come siamo messi? Quale futuro ci stiamo apprestando? 
È antieconomico, diventa antisociale, è persino un peccato di arroganza, che qualcuno voglia continuare a vivere in montagna. Lo Stato agevola quando non promuove, in tempi diluiti e tutt’altro garbo, la stessa progettualità di Ceausescu. Nella Romania del socialismo realizzato si procedeva ad un brutale svuotamento delle montagne, i paesi venivano rasi al suolo o sigillati in funzione turistica e i montanari deportati nelle periferie delle città. In democrazia, il regno dei diritti, serve il consenso e si preferisce il suicidio assistito.
Vivere in montagna è diventato quasi impossibile, un problema economico e burocratico: non ce la fai a mantenerti, a pagare le tasse, ad essere in regola con la burocrazia. Le vecchie botteghe, le trattorie, le aziende agricole, gli allevamenti, sono chiusi o stanno chiudendo, le nuove normative, gli studi di settore, sono stati il colpo di grazia. La montagna necessiterebbe di una terapia economica d’urto che non ci sarà. Abbiamo, nei fatti, una legge sulla dolce morte. Cos’è la trasformazione di un territorio da sempre abitato e vissuto in “parco” se non la forma ideologicamente accattivante di una eutanasia sociale?

E se questo è il futuro dell’uomo di montagna, l’uomo a tutto tondo, quello che non necessita di aggettivi qualificativi e quindi s’intende metropolitano cosmopolita, è proprio così ben messo? Con l’ultima rivoluzione tecnologica si sta creando una situazione che, mutando i componenti, somiglia molto ad un già visto. L’intelligenza artificiale, come a suo tempo il cavallo/vapore fece con il cavallo reale, scalza l’idea stessa di necessità e utilità dell’uomo reale. Lo fa rendendogli il dovuto onore: l’intelligenza è prettamente dell’uomo così come l’artificio, chi può dubitarne? L’intelligenza artificiale sarà al servizio dell’uomo, un servizio altamente specializzato per un consumo assoluto e totale. Stiamo sperimentando la guida dei mezzi meccanici, già garantite le funzioni ludiche, a breve quelle assistenziali ed educative, seguiranno le taumaturgiche. L’uomo sarà servito e riverito come non mai. Avrà a disposizione tutto il tempo necessario per non sentirsi inutile, magari un po’ superfluo, necessariamente futile.

Il mio mondo, il mondo che amo, conosco e difendo, è quello della cristianità d’occidente indissolubilmente intrecciata con la cristianità d’oriente e permeato dall’ebraismo. Una civiltà costruita sulle rovine dell’Impero romano distrutto e rinsanguato dalle invasioni barbariche. È allora che l’Appennino settentrionale entra nella storia e diventa uno dei centri del mondo, un mondo nuovo, una dimensione sociale costruita anche visivamente attorno alla chiesa. Un campanile e una cripta, l’esterno e l’interno.
Siamo diventati cristiani grazie alla predicazione di monaci arrivati dall’Irlanda, sul confine di una cristianizzazione scesa dal Nord e radicata attorno agli eremi e ai monasteri. San Colombano a Bobbio, San Pellegrino in Alpe, ne sono i presidi ormai dimenticati. Gli uomini dimenticano, forse i cavalli ricordano ancora le Valli dei cavalieri, gli uomini liberi, quelli che portano le armi. In centro a Parma ci sono ancora gli anelli dove, quando scendevano in città, avevano diritto di legare i loro cavalli.

Nelle nostre case di montagna viveva una religiosità millenaria, domestica, palpabile e pervasiva, entrando potevi chiuderti la porta alle spalle e pensarti in salvo per quel che si può, protetto dalle generazioni. Alle antiche divinità familiari e locali sono succeduti, a tempo debito, i Santi. Dove c’erano i templi pagani sono state costruite le pievi, erano luoghi che in qualche modo ricordavano agli esseri umani, per connotazione geologica, estetica, quello che volete, l’esistenza di Altro. Luoghi separati, luoghi sacri. L’eremo di Santa Maria Maddalena sul monte Ventasso ne è esempio. Monito e consolazione per chi vive il presente senza esserne succube perché sa del passato.  …molte più cose ben più strabilianti dimorano quaggiù, sfarzosi paramenti d’antiche cerimonie…
L’Appennino ha disperso la propria gente, svuotato si sta sgretolando, ha smarrito la fede e il senso del sacro e sperimenta, col vivere quotidiano senza pratica religiosa, la perdita della dimensione profonda della vita umana: il legame con il passato e il futuro, le cose ultime …”alzo gli occhi ai monti, da dove verrà il mio aiuto? “.

Foto di Giovanni Lindo Ferretti

ph Martina Falcucci Chinca