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Caro Tre

cronache Montane

Era il 1996 e mi preparavo a partire, mille cose da fare. Io e Massimo avevamo convocato i CSI al Canossa, ristorante tradizionale in Reggio Emilia, e in un tripudio di cappelletti, tortelli, carrelli di lessi, arrosti, dolci, avevamo comunicato che bisognava interrompere la tournée di Linea Gotica perché l’inatteso, ma in precedenza a lungo perorato, si era manifestato. La nostra richiesta di visitare la Mongolia, rimasta per anni inevasa, mutando le condizioni politiche (caduta del Muro, implosione dell’URSS, deriva del blocco comunista) poteva essere accettata e rilanciata “..nel caso fossimo disposti a farci carico…” – Si, volentieri. – Quindi si partiva.

In quei giorni Nubia, la cavallina che avevo comprato con i pochi soldi divisi alla fine dei CCCP, terminava il periodo di gravidanza. Ricordo, la sera precedente mi ero attardato, era evidente l’imminenza del parto ma ha sempre preferito partorire in solitudine e, accertato il suo star bene, mi ero tolto di mezzo. Sveglio alle prime luci del giorno ti ho visto dalla finestra della camera: eri nato da poco, sdraiato nell’aia e Tancredi, tuo fratello, un puledraccio di tre anni, ti sfiorava con un piede mentre ti annusava. Ho avuto paura che ti facesse male e gli ho urlato mentre mi precipitavo giù. Tu eri tranquillo, fiducioso della sua benevolenza, avevi ragione. Pochi giorni dopo vi ho portati al pascolo. Una razzetta: una madre, Nubia, con i figli: Sparta e Tancredi, tu eri il terzo da qui il tuo nome, per esteso, Tre di tre. Dovendo partire ti ho scattato una foto, una polaroid, mai fatto né prima né poi a nessun altro, mi accontento dello sguardo e di ciò che memorizzo, ma eri appena nato e volevo la tua immagine nel portafoglio insieme ai documenti e ai soldi. Un gesto scaramantico, ben augurante per un viaggio verso l’ultimo paradiso terrestre di cavalli e cavalieri. Volevo fotografarti da solo ma non me l’hai concesso, stavi attaccato a Tancredi e ti facevi scudo di lui che ti assecondava. Hai fatto bene, vi ho fotografato insieme. Quella foto, incorniciata dopo la sua morte, sta in bella vista in casa: monito e memoria. La guardo mentre sto scrivendo.

È il 2017, stessa stagione. Non sono in partenza, è l’unica certezza che posseggo ed evito, nel limite del possibile, ogni viaggio anche da poco. Sono invecchiato e il deterioramento fisiologico comincia a manifestarsi. La mente e la parola reagiscono ancora con prontezza ma si illudono e devo poi pentirmi di promesse fatte sull’onda dell’entusiasmo, del piacere, del come sempre.
Ieri, caro Tre, mentre salivamo ai pascoli estivi, tu con la flemma di sempre, imperturbabile, lo stesso passo sicuro, mi hai dato modo di essere soddisfatto di me, di te, dei nostri anni insieme. Ventuno è una buona età per un cavallo proprio come sessantaquattro per un uomo e ora, tutti due vecchi, possiamo specchiarci negli occhi in reciprocità. Guardarti è fare il conto dei cambiamenti avvenuti e, al contrario di ciò che succede con gli esseri umani, non devo spiegare, puntualizzare, distinguere e ribadire ma posso sorridere perché ogni accadimento della vita è riassunto, con te, in una semplice azione, un gesto privato.
Quando ho cominciato a cavalcarti, di necessità, senza nessuna doma e una vaga idea di addestramento, obbligati dalla morte improvvisa di Tancredi, ho pregato che potessimo esserci di aiuto ed è successo. Quando ho deciso di fermarmi a vivere stabilmente sui monti facevamo, mattino e sera, il giro del paese, mi serviva per pensare pensieri nuovi: muoversi a cavallo permette una particolare percezione della realtà, mi serviva per rinvigorire sensi attutiti da anni cittadini tesi a ben altri interessi e ci ha permesso di costruire un equilibrio dinamico di comprensione e fiducia. Quando ho ricominciato a frequentare la chiesa, cosa che a dirsi suscita per lo più una sorta di morbosità tanto in negativo che in positivo, ricordo il piacere di salire e scendere a cavallo gli scalini che portano al piazzale, la preghiera, la mia serenità, la tua compostezza.
Una sola volta ho provato a farti salire su un camion, dopo ore fradice di pioggia battente, fulmini, e un guado sulla via del ritorno che avrebbe potuto essere pericoloso o inaffrontabile. La tua reazione, scomposta al limite dell’autolesionismo, mi ha prima indispettito, ci siamo anche strattonati con cattiveria, poi ho deciso di lasciarti lì e di tornare a prenderti l’indomani confidando in un tempo migliore. Tutta la notte a rimuginare senza chiudere occhio fino a che ho cominciato a pensare che potevi aver ragione. Nei limiti del possibile, e noi siamo dentro quel limite, ci è concesso scegliere, ci si può impuntare, ci si può rifiutare, bisogna solo essere disposti a pagarne le conseguenze. E possono essere gravose. Può andar distrutto, in un momento, tutto ciò che si è costruito con fatica nel tempo, si può anche morirne nei modi più disparati, ma si può fare.
A volte si deve. Fa parte del mistero del vivere, ne rende merito, fa di ogni creatura una irripetibile individualità. Anche grazie a te, comunque vicino a te, un infinito rimuginare pensieri che coinvolgono l’umano vivere e le sue pertinenze, la socialità, le gerarchie naturali, il regno animale, la terra pianeta nel cosmo. In un tempo che è il nostro. Adesso. Un tempo di mutazioni improvvise e profonde in cui tre parole di nuovo conio: virtualità, connessione, intelligenza artificiale, vanno a definire uno spazio sconosciuto in tumultuosa crescita che tutto travolge sradicando ciò che è, ciò che è stato. Impossibile lo sguardo su ciò che sarà, sempre in ritardo lo sguardo su ciò che è già.

È stata una grande fortuna ( non so mai che parola usare: dono? destino? c’è di mezzo anche la volontà, la scelta, l’occasione ) l’essere tornato a vivere sui monti dove sono nato, in una quotidianità costruita sulla presenza animale e non di animali qualsiasi ma di quei cavalli che hanno segnato qualche millennio di condizione umana. È grazie a questo che posso percepire la ragione del benedire le stalle oltre la casa ed è una lezione di teologia, so della impossibilità di vivere in totale sintonia con questo tempo ed è una lezione politica, che tutto è intrecciato e niente è a sé ed è un insegnamento filosofico, e poi vivo al cospetto della creazione dove ogni etica ed ogni estetica trovano origine e compimento.

Siamo animali in via di estinzione?
Per i cavalli sarà una estinzione monitorata e gestita, una cosa tristissima. Gli uomini invogliati e spinti ad una mutazione che implementando certe capacità e svilendo molte attitudini li ridurrà ad una condizione servile, massificata, ben agghindata nel comando e nelle funzioni dirigenziali ma sottomessa comunque ad una meccanica demoniaca. La libertà resta quella di sempre, storica e geografica, qualcuno in qualche posto. Per lo più una aspirazione, un sentire profondo, un comportamento sorvegliato. La libertà della mente, del cuore, dell’anima, nutrita nella tradizione, nello studio, nell’applicazione, in una quotidianità che riconosce nel dolore, nell’afflizione i propri compagni di cammino ma sa gioire nell’accadere delle cose. L’uomo è immagine e somiglianza di Dio, segnato dal male, marcato dalla morte ma capace di relazionarsi all’esistenza in forme infinite e indefinibili a priori. La vita è un dono, tragico e di meraviglie, bisogna esserne coscienti e renderne merito per quel che si può, accettando ciò che ci è stato dato, potendo mutare molto ma non tutto. La radicalità è contigua allo sradicamento e annichilisce la multiforme varietà del vivere, la sua dolcezza, esaltandone l’inesorabilità.

Lavoriamo per il futuro, io e te. Se un futuro ci sarà non tocca a noi deciderlo e questo ci permette leggerezza nell’operare.
Ieri, mentre salivamo ai pascoli, io stavo davanti con le cavalle, tu con Martina dietro a parar su i puledri, eravamo tutti contenti, di tutto, anche se il tutto è sospeso, incerto, e una sorta di pesantezza incombe su ogni cosa. Ti sei lasciato ripetutamente calciare dai puledri senza scomporti, era la loro prima volta sulla strada, nel bosco, erano eccitati e incontenibili. Tutta l’arroganza, il delirio di onnipotenza dei cuccioli e la bellezza che ne consegue. Cresceranno, sempre a rischio, l’unico aiuto che possiamo offrire è una parvenza di equilibrio sottoposta ad un ( torna l’incapacità di definire con una parola il magma vitale in cui siamo immersi: destino? fato?contingenza? provvidenza? ma c’entra il comportamento, l’attitudine, la capacità di attenzione, il senso di responsabilità…) qualcosa di cui siamo parte ma che ci sovrasta e può annientarci.

Sempre più spesso rifletto sul “non invano”, ciò che resta nel passare delle generazioni e mi ritrovo con le stesse poche parole riconducibili alla dottrina della mia infanzia: le virtù, quelle teologali – fede speranza carità – un dono più che una conquista, e quelle cardinali acquisibili invece con l’esperienza, per via: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.
La necessità di alzare gli occhi al cielo, far posto al bisogno di infinito che ci pervade e che riusciamo a zittire, negare, pervertire, ma lì resta. Nessun riscontro circa le parole eccellenti ed obbligatorie del lessico sociale e politico ma, in ossequio alla parità di genere, solo un gran baccano, una fragorosa gazzarra.

ph Martina Falcucci Chinca