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Kosovo e Metohija

Novi Sad, Castello Edseg/Egyseg — dall' 11 al 26 novembre 2017

I più se ne andarono. Si piansero i morti.
Seccarono i vitigni, i campi inaridirono
s’alzarono le tenebre.
Si dice calano le tenebre ma le tenebre non calano crescono, dal basso.
In alto l’ultima luce del crepuscolo, in alto la prima luce dell’aurora.

A metà dicembre 2016 ho saputo della esistenza di Visoki Decani e di Velika Hoca. Otac Benedikt si è presentato prima di un concerto, imponente nell’abito monacale, ho pensato fosse un appuntamento col destino, un po’ imprevisto e un po’ atteso. Una miriade di pensieri: interessi culturali, problemi religiosi, analisi politiche e sociali, doverosi rapporti di buon vicinato, mi legano, in tutta la mia vita adulta, al mondo slavo, all’est dell’Europa. Alla santa Madre Russia, catacombale imperante il socialismo reale, ma percepibile e poi vista fiorire rigogliosa negli anni in cui l’occidente decretava la fine della storia e l’oriente la rinvigoriva con la geografia. Ad un monaco, inviato da un monastero serbo ortodosso, si può dire di no? Non io.

L’incontro mi ha permesso di focalizzare quello che era, fino a quel momento, un generico ed indistinto paesaggio tra vampate di guerra casa per casa, strada per strada, e accordi di pace imposti e siglati lontano a delimitare un nuovo ordine, nuovi confini. Ci siamo guardati ed ascoltati raccordando sintonie profonde. Si trattava di organizzare una mostra fotografica e un libro, mi si chiedeva di poter utilizzare le parole di “Annarella” come presentazione. Ne sono stato turbato ed onorato. Padre Benedetto mi ha mostrato una decina di piccole foto ad esemplificazione del lavoro svolto, una in particolare: una madre e un bambino mi ha fatto sentire a casa, sensazione confermata da una seconda: una vecchia donna come lo erano le vecchie della mia infanzia, poi un giovane uomo. Mi sono sentito tra paesani, miei paesani nei secoli dei secoli.

Stanno succedendo molte cose che non trovano riscontro nel racconto che il nostro mondo fa di se stesso. La globalizzazione dell’informazione attua una riduzione della complessità che illustra un variegato monotematico panorama, pop e pervasivo, tendenzialmente maniacale: la glorificazione dell’io e la sua massificazione/omologazione. Con metodologia perversa ogni lontananza viene fatta accomodare in salotto, esibita e glorificata, così che i vicini, i prossimi, perdano concretezza. Cosa sarà mai Kosovo e Metohija nel calderone delle periferie della terra? Abolita la vicinanza, nient’altro che una deriva della storia e nessuna geografia per ancorarla. Le terre dei monasteri, confine dell’Europa a sud est lungo i secoli, sono, tanto nel reale che nell’immaginario, una landa di nessun interesse. Un luogo in cui, oltre alle case distrutte e ai cimiteri profanati, troppe chiese sono state bruciate e quelle risparmiate sono difese, in quanto patrimonio artistico dell’umanità, da eserciti in missione di pace. Si tratta in realtà di un luogo nevralgico, dove si decide un buon pezzo del nostro futuro, nostro, anche degli italiani, europei del sud.
Da che è iniziata, negli anni ‘90, la dissoluzione della Jugoslavia, anche grazie ad essa, è mutato radicalmente il mio sguardo sul mondo, sono mutate le categorie mentali con cui lo interpreto, resta immutata la convinzione che ciò che succede così vicino a noi non è l’ultimo capitolo di un secolo breve che ci lasciamo alle spalle ma il primo di un lungo millennio appena iniziato. Il loro presente assomiglia al nostro futuro. Le “enclave” diventeranno la soluzione ovviamente non solutoria del caos di popoli, culture, aspettative ideali e possibilità reali, che stiamo nutrendo e gonfiando tra ottimi proponimenti e pessimi risultati. Una gran brutta storia da cui non si esce, bisognerà traversarla e non solo non siamo preparati ma ci rifiutiamo di considerare la realtà.
Come se il male non esistesse.

Il 17 gennaio, ricorrenza di Sant’Antonio Abate, per la prima volta a memoria di uomo, un monaco ortodosso arrivava a Cerreto Alpi, in compagnia di Federica, la fotografa, e il progetto si definiva: a me il compito di trovare le parole. Ne sono stato travolto, impreparato ma consenziente. E giacché il mondo è tutto un presagio, anche se indecifrabile a priori, e i miracoli che non necessitano di conferma scientifico teologica avvengono continuamente ecco una immagine che non mi abbandona: ho chiesto a Otac Benedikt di benedire le stalle, era il giorno propizio, lo ha fatto utilizzando una formulazione liturgica propria del suo status monacale. All’imbrunire dell’unica giornata nevosa dell’anno, il cielo plumbeo e sulla terra tutte le tonalità del grigio, si è messo la stola al collo, mi ha dato uno scappellotto benevolo per farmi scoprire il capo e ha alzato le braccia al cielo invocando ascolto a gran voce. Un gelido vento di tramontana si è alzato improvviso facendo turbinare tutto l’intorno, la neve, gli alberi, le giacche, le sciarpe, poi quando ha abbassato le braccia, ci siamo fatti il segno della croce – i segni, in realtà, non essendoci concordanza – il vento, di colpo come era iniziato, è cessato. Sgomento, contento, timoroso nell’affrontare il suo sguardo nell’immobilità ritrovata del paesaggio, è comparso Vic, cane inutile e comunque indispensabile, è comparso correndo si è bloccato di fronte a noi ululando al cielo – potente eh? – ho detto a bassa voce. Con una pacca sulle spalle seguita da un abbraccio ci siamo salutati.

A metà febbraio il terzo incontro, portando doni come sempre ma stavolta oltremodo preziosi: una venerabile icona di San Giovanni dipinta nel monastero, a protezione della casa e dei suoi abitanti – il dono più impagabile mai ricevuto con il suo corredo di preghiere, e cosa dire dell’olio santo di cui ignoravo l’esistenza? di quante cose ignoro l’esistenza? – e il dono di una presenza monastica che percepisco forte nella lontananza.
Un piccolo appunto, Reggio Emilia è una città che coltiva un’ottima opinione di se stessa, tollerante ed ospitale, in cui è facile vivere e i grandi problemi vi trovano una gestione funzionale ed accomodante. Padre Benedetto vi ha trascorso poche decine di minuti, tra la stazione dei treni in cui era arrivato e l’autostazione da cui partono le corriere per la montagna. Poche centinaia di metri in una terra di nessuno, un buco nero della città ceduto alle divinità etniche e vinca il più forte, il più terrorizzante. Un pomeriggio festivo con nessuna presenza autoctona a vista d’occhio, in balia di una banda di giovani albanesi attratti dal suo abito monacale e vogliosi di fargliela pagare, l’arrivo provvidenziale di una banda di giovani rumeni accorsi in difesa dello stesso abito…quando è arrivato in montagna è sceso dalla corriera con lo sguardo triste e preoccupato, mi ha detto: – Reggio Emilia è una città pericolosa – gli ho risposto: – anche no ma anche si, come tutto il nostro mondo ma se è pericoloso non credere all’esistenza del male, sì è una città pericolosa.

Illumina le tenebre è diventato un progetto definito: una mostra fotografica, un libro. Le parole, poche, le ho pensate, pesate, ripensate, scritte, cancellate, sostituite, gettate e riscritte. A Padre Benedetto ne servivano di più e gli ho concesso di saccheggiare i miei scritti secondo la sua volontà e le sue necessità. Con Luca A.Rossi abbiamo registrato una traccia musicale che accompagnerà la mostra. Una struttura di suoni e parole, le voci registrate da Federica durante gli scatti, tra due mie canzoni del tempo dei CCCP: Annarella e Madre.
C’è un limite oltre il quale solo le parole codificate in preghiera conservano la speranza, difendono la vita. Siamo su quel limite. Illumina le tenebre non è un progetto sociale o politico e non può nemmeno essere il frutto di una riflessione che si vuole profonda: proprio nel profondo dell’animo umano si annidano le tenebre. Il cuore le racchiude. Il cuore dell’uomo è cuore di tenebra. Illumina le tenebre è una preghiera che sale come fiammella di una candela a cui ci aggrappiamo, che sosteniamo e, dall’alto, ci sostiene. Tensione verticale.

Li guardo e li riguardo, cerco di carpirne lo sguardo.
Tengono in mano una candela
sorretta con timore, riverita.
Qualcuno la impugna, qualcuno vi si aggrappa.
Tutto il mistero delle loro vite affidato alla luce.
luce da luce.
Dalle terre dei monasteri offerti ai millenni
ritratti di una umanità che parla a bassa voce
travolta dalla storia, ostaggio di una geografia beccata dai merli
dolente, costretta, non vinta.

Le foto di Federica sono un materiale prezioso, l’aspetto artistico tecnico umano compenetrato e inscindibile. La candela accesa è il punto focale, pretesto accettabile ed accettato per essere ritratti, propizia l’incontro tra chi guarda e chi è guardato. Potenza di una idea, capacità di gestirla. Quando la prima volta sono arrivato a casa sua mi ha preso il buon umore: il primo cortile della provincia non trasformato in giardinetto con pretese estetiche ma rigoglioso pollaio. Un meraviglioso colpo d’occhio, non ho avuto dubbi: ci saremmo capiti.

Illumina le tenebre è un libro e una mostra fotografica in viaggio

Venezia, Laguna Libre: 8 – 30 luglio 2017
Bologna, Museo internazionale della Musica: 1 – 27 agosto 2017
Trieste, Magazzino delle idee: 2 – 17 settembre 2017
Settimo Torinese, Biblioteca civica Archimede: 21 settembre – 1 ottobre 2017
Lodi, VIII festival della fotografia etica: 7 – 29 ottobre 2017
Novi Sad, Castello Edseg/ Egyseg: 11 – 26 novembre 2017
Nis, Salone della Fortezza: 15 – 24 dicembre 2017
Belgrado, Museo Etnografico: 28 dicembre 2017 – 15 gennaio 2018